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NON È UN'IMMAGINE LEGGIADRA, QUELLA CHE SEMBREREBBE SUGGERIRE IL TITOLO. C'è un capitolo, nel libro, in cui il protagonista narratore si trova in un locale e osserva degli arabi che ballano e dice:"Non si dovrebbero lasciar ballare gli arabi. Sono proprio brutti. Non si rendono conto di quanto sono diversi, quanto sono poco adatti, quanto sono brutti?" E questa sensazione di disagio con se stesso in quanto arabo, di desiderio di essere diverso da sé e uguale agli ebrei del paese in cui vive, pervade tutto l'insolito romanzo dell'arabo israeliano Sayed Kashua. Un romanzo autobiografico di formazione scandito in tre tempi, la fanciullezza, la scuola e la prima esperienza amorosa, l'età adulta delle decisioni. La vita in un villaggio arabo vicino a Gerusalemme, una nonna che tiene pronte le vesti funebri in una valigia, un papà che è stato in carcere per un attentato, i giochi con i fratelli in cui le bande rivali non vengono indicate con nomi di tribù pellerossa, ma come "fedayn". E poi viene il giorno quando, dopo un notiziario, le due bande si chiamano Sabra e Chatila come i luoghi del massacro: straordinariamente efficace lo stile dello scrittore nel far rivivere le tensioni, la sensazione di paura costante, l'incertezza sulla propria identità ("Siamo noi i palestinesi! Voi siete palestinesi, io sono palestinese!", urla il maestro) attraverso gli occhi e la coscienza di un bambino, in un'economia di parole capaci di sottintendere molto di più di quanto dicano. Quando il ragazzo viene ammesso in un esclusivo collegio israeliano, si realizza il suo desiderio di essere come loro, come gli ebrei, e fa il possibile perché né il suo aspetto né la sua pronuncia rivelino la sua origine. Anni importanti, in cui gli orizzonti si allargano, in cui capisce che non c'è una sola verità e impara che "sionista" non è un insulto, che gli arabi sono "una minoranza" in Israele e che Abramo era anche il padre di Isacco. Ma poi si innamora, e la mamma della sua ragazza non permetterà mai che la figlia si fidanzi con un arabo. E, quando i compagni ebrei fanno l'addestramento per il servizio militare, lui riceve un biglietto per andare al Museo. Segue la depressione, un esaurimento, la fine dei sogni che suo padre aveva per lui. Nella terza parte del libro il ragazzo ha sposato una ragazza araba, lavora in un bar, beve, continua a desiderare di sembrare un ebreo mentre diventa sempre più difficile vivere come arabo in Israele, anche se si ha la carta d'identità blu. E lui prova odio per suo padre che gli ha insegnato che non c'è altro posto in cui stare, che è meglio morire per questa terra e che è proibito rinunciare. Un finale rassegnato e nello stesso tempo disperato per un libro che usa il sarcasmo per nascondere la profondità del dolore nel presentarci un altro punto di vista su di una realtà travagliata e difficile. Ed è significativo che lo scrittore arabo, giornalista e critico televisivo, abbia scritto in ebraico questo suo primo romanzo.
Sayed Kashua, Arabi danzanti, Ed. Guanda, pagg.185, Euro 14,00
Marilia Piccone 18-05-2003
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