"NON DOVREBBERO PIANGERE SOLO PER QUELLO CHE È SUCCESSO, MA ANCHE PERCHÉ noi abbiamo permesso che accadesse", dice Micha, uno dei protagonisti del romanzo di Rachel Seiffert, pensando alla reazione degli studenti tedeschi davanti alle fotografie dei campi di concentramento. Questo non è un altro libro sull'Olocausto, piuttosto è un libro su chi c'era e ha visto senza guardare e su chi non c'era ma ha amato qualcuno che si è macchiato di una colpa immane, su come convivere con un passato che non si è vissuto.
Tre storie in tempi diversi con un motivo che ritorna- quello dell'immagine fotografica che fissa la realtà superando il limite temporale. Nella Germania di Hitler il giovane Helmut fotografa le folle esultanti, e poi le code fuori dai negozi, un gruppo di zingari che viene fatto salire a forza su dei camion. Helmut non si fa domande, si arrabbia perché le foto non rendono adeguatamente le scene che ha visto: l'urlo dell'ufficiale delle SS sembra una smorfia, è rimasto tagliato fuori il soldato che insegue la donna che fugge.
Nella seconda storia è il 1945, la guerra è finita. Lore attraversa con i fratelli tutta la Germania per andare a casa della nonna, al Nord. Prima di partire ha visto la mamma bruciare gli album di fotografie, lei stessa straccerà le foto del papà nazista dopo aver visto quelle altre foto che incominciano a circolare- quelle montagne di cadaveri: ma è un fotomontaggio degli americani?
Nella terza storia, che si svolge ai giorni nostri, il trentenne Micha scopre che il nonno era nelle Waffen-SS. Micha non ha pace finché non sa che ruolo ha avuto suo nonno nel genocidio. Anche qui una fotografia, di un giovane biondo vicino a una bicicletta, che gli servirà per seguirne le tracce. Si accentua il senso di estraneità: come è possibile che degli uomini affettuosi, il Vati di Lore, l'Opa di Micha, abbiano sparato su gente inerme e dopo abbiano potuto riprendere in braccio i loro figli come se niente fosse?
Non è facile aggiungere qualcosa, trattare in maniera diversa un argomento su cui si è già scritto tanto. Eppure Rachel Seiffert, trentun anni, madre tedesca e padre australiano, è riuscita a farlo. Non c'è una rievocazione visiva dello sterminio nel suo romanzo ma, proprio perché quanto è avvenuto è filtrato attraverso le fotografie, è fortissima l'impressione che ne deriva, di sonno delle coscienze, di testimoni che hanno distolto lo sguardo. Moltissimi i dettagli che contribuiscono a costruire l'atmosfera, dal viaggio di Lore che, come quello di Micha, è un viaggio di conoscenza, all'immagine continua dei treni in tutte le storie: nessun riferimento ai convogli degli ebrei deportati eppure uno sferragliare costante: i treni che Helmut fotografa e di cui registra le partenze con la sua ossessiva passione infantile, il treno su cui il ragazzino ebreo aiuta Lore e i fratelli a salire in un rovesciamento della sorte, e infine i treni che portano Micha nei luoghi dove ha operato suo nonno.
Un libro sobriamente dolente, un romanzo su cui riflettere, con un titolo che è una metafora della mente umana che dovrebbe elaborare la realtà, funzionando come una camera oscura.
Rachel Seiffert, La camera oscura, Ed. Frassinelli, pagg. 312, Euro 16,00
Marilia Piccone 22-02-2003