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TUTTI I VIVI ALL'ASSALTO, ALFIO CARUSO
L'epopea degli alpini in Russia
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La copertina del libro trucco! "HO BISOGNO DI UN MIGLIAIO DI MORTI PER SEDERMI AL TAVOLO DELLA PACE", AVEVA DETTO Mussolini per giustificare la sua insistenza presso Hitler perché consentisse ad un invio di truppe italiane in Russia come sostegno all'Operazione Barbarossa. Era il giugno del 1942. Dall'Italia partirono 229.000 unità. Tornarono in 16.000 a casa. Furono sufficienti 17 convogli per farli rientrare, contro i 200 di otto mesi prima. Migliaia di famiglie continuarono ad aspettare, sperando che i dispersi si fossero nascosti in qualche isba o fossero prigionieri o che comunque si fossero salvati. Ne tornarono ancora, fino alla metà degli anni '50, troppo pochi.
   Sulla scorta di moltissime testimonianze Alfio Caruso, autore di romanzi e di "Italiani dovete morire"in cui ricostruisce l'eccidio di Cefalonia, rivive l'epopea dei nostri alpini culminante nella ritirata del gennaio 1943. Cronaca di una disfatta annunciata: è sufficiente guardare come si presentano le nostre truppe dall'esterno, inviate in Russia con gli scarponcini leggeri, cappotti di lana autarchica, armi e munizioni (poche) che risalgono alla prima guerra mondiale, senza adeguato programma di rifornimento alimentare. Che cosa li sostenne in quella ritirata cieca nell'inferno bianco? Fedeltà agli ideali. Sembra strano oggi leggere parole come "morire per la Patria" - ma forse cambiano le parole e resta la necessità di voler credere in qualcosa o in qualcuno, con un poco di fanatismo, quando ci si getta in situazioni estreme.
   E poi, quando già tutto era perso e nessuno aveva più fiducia "nell'uomo che si affacciava dal balcone", era rimasto lo spirito di corpo, il legame fraterno e fortissimo che ha sempre unito gli alpini e la volontà di tornare a casa. Moltissimi gli atti di coraggio (anche se a volte sembrano più atti di disperata incoscienza e viene in mente il dramma antimilitaristico di G.B.Shaw, "Il soldato di cioccolata"), di altruismo e generosità, straordinari in condizioni in cui non era possibile provare pietà per gli altri perché non si provava pietà neppure per se stessi. Molti anche gli atti di brutalità e ferocia, anche se si tende a sorvolare su di quelli.
   La ricostruzione di Alfio Caruso è accuratissima e estremamente attenta al dettaglio: la ritirata degli alpini viene seguita giorno dopo giorno, nell'agonia dei caduti per mano nemica, per congelamento, per sfinimento o per follia. Località, date, nomi - interessantissimo per chiunque abbia avuto un parente coinvolto nell'impresa. Il difetto è forse in questo eccesso di cronaca storica che rimane un poco fredda e distante. Belle le lettere dei genitori del sottotenente Prisco, ventenne studente di legge arruolatosi volontario nella Julia. Sono un contrappunto costante alla narrazione dei fatti: dalla Russia Peppino scrive e non parla della fame, del gelo, dei pidocchi, della potenza numerica del nemico; le lettere da Milano contengono notizie di una quotidianità dimenticata, raccomandazioni- sempre, più o meno sottintesa, la domanda, perchè sei andato?
   Un libro che consiglierei a tutti di leggere, in questi giorni.

Alfio Caruso, Tutti i vivi all'assalto, Ed. Longanesi, pagg. 359, Euro 17,00

Marilia Piccone  22-02-2003

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