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IL GIORNO IN CUI MORÌ MARLENE DIETRICH, RACHEL WYATT
Un insolito fil rouge per venti racconti
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LEGGENDO IL TITOLO IN COPERTINA, IL PRIMO PENSIERO VA A “GLI OCCHI DI GRETA GARBO”, I RACCONTI ISPIRATI DAL CINEMA SCRITTI DA MANUEL PUIG PER UNA NOTA RIVISTA E RIUNITI IN VOLUME DOPO LA SUA MORTE.
   Iniziando poi la lettura delle venti novelle che compongono questa raccolta, ci si accorge però che si tratta di due operazioni molto diverse: ne “Il giorno in cui morì Marlene Dietrich” il cinema appare ancora più sullo sfondo, e neanche in tutti i racconti.
   La grande star tedesca fa da fil rouge unicamente in quanto icona, musa ispiratrice o causa di cambiamenti improvvisi nella vita dei protagonisti: dall’anziano signore che ne vive la morte come un lutto personale perché quand’era soldato lei gli aveva parlato e forse, se lui si fosse fatto avanti, chissà… (nel bellissimo racconto d’apertura) alla cantante costretta a stravolgere il programma del suo concerto per omaggiare la diva scomparsa.
   Alcuni personaggi, protagonisti in un racconto, tornano da comprimari in un altro in un gioco di incastri che, pur se interessante, non sempre sembra legato da una scelta logica. Certi racconti sono folgoranti, altri (come quello del probabile uxoricidio) appaiono più convenzionali.
   Chiude l’antologia un curioso giochino letterario, ambientato su un treno dove Vladimir Nabokov gioca con l’autrice una strana partita a Scrabble.
   L’inglese Rachel Wyatt, settantaquattro anni di cui trentacinque trascorsi in Canada, nota autrice di teatro e sceneggiatrice per la Bbc, gioca abilmente su vari registri, non lesinando stoccate critiche alla società ma coccolando, con affetto e indulgenza, i personaggi a lei anagraficamente più vicini: un piccolo, perdonabile “strabismo” che poco toglie al piacere di leggere questo libro.

Rachel Wyatt, Il giorno in cui morì Marlene Dietrich, trad. di Vilma Porro, Voland Edizioni, pp.182, Euro 12.00

Angelo Surrusca  21-05-2003

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