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ALLEGRA HA VENT’ANNI E STA PER TRASLOCARE. HA DECISO CHE NON PORTERÀ VIA NIENTE DA quella casa: scrive però una lunga lettera ai nuovi inquilini, nella quale racconta la sua storia e quella della sua famiglia nell’arco di vent’anni, partendo proprio dalla descrizione di ciascun mobile, di ciascun oggetto. Da questa idea semplice ma efficace scaturisce il fiume in piena narrativo di “Arrivano i pagliacci”, terzo romanzo di Chiara Gamberale (classe 1977), dopo “Una vita sottile” e “Color lucciola”. Si parte dall’incontro tra il padre studente rivoluzionario e la madre fotomodella americana poco più che bambina, si prosegue con la nascita del fratello down, l’amicizia con la disadattata Zuellen, l’assurda passione amorosa per Leonardo, l’odio per la psicologa nuova moglie di papà… Raccontato così, il romanzo della Gamberale sembrerebbe il delirio di un’adolescente che l’ennesimo sconsiderato ha deciso di pubblicare. Niente di tutto questo: “Arrivano i pagliacci” sorprende per ricchezza di idee, stile, freschezza, vitalità. È una cascata di parole che vaga continuamente tra l’assoluta libertà di linguaggio della lettera scritta di getto e la più ricercata, ma mai onanistica, introspezione dei personaggi. Narra piccole storie molto reali, molto vive, in cui è facile riconoscersi, concatenate sapientemente fra loro e collocate sullo sfondo di vent’anni di Storia in cui piccoli e grandi valori e ideologie, sono stati prima esaltati, poi smarriti, infine demoliti e rimpiazzati senza vergogna da imbarazzanti miti di cartapesta. Il meccanismo funziona alla perfezione fino a poche pagine dalla fine: l’imprevedibile colpo di scena, che in accelerazione assume toni da pochade, lascia un po’ perplessi, risultando la parte meno riuscita del romanzo.
Chiara Gamberale, Arrivano i pagliacci, 209 pagine, Bompiani, 13,50 euro
Angelo Surrusca 27-01-2003
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