FORMATA DA TRE RACCONTI (“IL RUMORE DEGLI ALBERI”, “LA FENICE” E “NELLA PARTE PIÙ ALTA del cielo”), questo libro di racconti dell'autrice sarda Giovanna Mulas, che nel 2003 è clamorosamente entrata nella rosa dei candidati proposti al Nobel per la Letteratura, propone, almeno nel primo caso, alcune analogie con alcune novelle del Verga.
Come opportunamente rilevato dal prefatore Pasquale Pantaleo, i personaggi di Padron Pascale e di Antonio Pili sembrano davvero due “vinti”: le circostanze non sono loro favorevoli e il corso degli eventi li conduce sulla strada del dramma per l’impossibilità di dominare il proprio destino.
Essi sono vittime, loro malgrado, di una sorta di antagonismo incrociato, perché innamorati della stessa donna: Mariana D’Elia.
“Il rumore degli alberi” è un racconto caratterizzato dalle superstizioni e maldicenze ambientali tipiche di certa provincia italiana, che finiscono irrimediabilmente per rendere complicata la convivenza tra simili e diversi, a causa di un’atavica ristrettezza di vedute che induce a matrimoni senza vero amore e impone il rigido rispetto di regole non scritte che paradossalmente finiscono per non giovare a nessuno.
La vicenda narrata non può che concludersi con una catartica esplosione di violenza ed odio, successiva alla morte improvvisa di Pili, dato che Padron Pascale, suo pupillo nelle veci di figlio desiderato e mai avuto, che trova vuota la moglie Mariedda, riprende a coltivare il desiderio di poter amare liberamente Mariana d’Elia al di là delle ipocrite convenzioni sociali di Nugoro.
Ma a questo punto la Mulas regala al lettore un colpo di scena, un regolamento di conti che pone fine ad ogni contrasto, ripristinando a priori l’ordine violato di cose che sembrano destinate a restare immutabili per volontà superiori, extraumane, grazie all’introduzione di una vera e propria Nemesi, sotto forma del Forestiero-Angelo vendicatore delle malefatte, che punisce impietosamente il peccato senza guardare in faccia nessuno né lasciarsi commuovere.
La figura di Antonio Pili – che vagamente ricorda L’Idiota di Dostoevskij - ne esce in questo modo ancor più valorizzata. Egli è il classico signore, buono e fin troppo premuroso, sempre pronto a dare una mano al prossimo e perfino a chi forse non lo meriterebbe. Crede ciecamente nei valori dell’amore e della giustizia e ad essi uniforma la sua condotta, infine umiliata dalla debolezza di certe misere pulsioni umane.
Di struttura differente appaiono le due novelle che chiudono il cerchio affabulatorio dell’opera.
“La Fenice” e “Nella parte più alta del cielo” presentano trame meno complesse. Nel primo Alenia, creduta morta dal marito, molto più giovane di lei, si ripresenta improvvisamente sana e salva, per scoprire il vero volto della persona che amava; nel secondo James Ivory, sedicente poeta considerato dagli abitanti di Writy vero e proprio scemo del villaggio, esprime in forma artistica il suo amore per la vedova Joanna Smith. Un amore puro quanto impossibile, inopportuno, contrastato e addirittura disprezzato dall’intera cittadinanza, totalmente abbacinata dalla preoccupazione ipocrita di mantenere inalterato il quieto vivere secolare che tutto rende sempre uguale a sé stesso, in questo ricordando certe atmosfere del recente film di Lars Von Trier “Dogville”. Anche in questo racconto le sorprese non mancano.
Tre racconti che sono tre piccole tragedie greche, personalizzati da ispirate descrizioni della Natura, vero e proprio filo rosso che tiene insieme le singole storie.
Giovanna Mulas, Il rumore degli alberi, Edizioni La Conca, pagg. 69, Euro 9,00
Fernando Bassoli 17-02-2004