QUANTO INFELICE DEVE ESSERE UN RAGAZZINO DI DIECI ANNI PER RESTARE FULMINATO DA un verso di Shakespeare che esprime quello che lui prova e che non sa dire, “in verità non so perché sono così triste” ? Sono le battute di apertura de “Il mercante di Venezia”, l’opera che gli mette tra le mani la bibliotecaria in un pomeriggio di pioggia e che segna l’inizio, per Bob, di un amore che durerà tutta la vita. “Il ragazzo che amava Shakespeare” di Bob Smith è un romanzo autobiografico, un romanzo della memoria che sembra rendersi necessario quando muore uno degli “studenti” anziani con cui l’autore commenta i testi di Shakespeare e, di fronte alla caducità della vita, sono i ricordi ad acquistare importanza, a garantire una forma di eternità.
Forse c’è un disegno del destino per ognuno di noi- era una coincidenza che Bob vivesse a Stratford, la cittadina americana con lo stesso nome di quella sul fiume Avon in Inghilterra, patria del poeta? O era una traccia per la scoperta di un mondo popolato da personaggi creati da una mente con uno straordinario potere immaginifico, che davano voce a tutti i sentimenti e a tutte le passioni umane, con parole che lo facevano sentire meno solo, nella certezza che altri avevano già provato le sue angosce? Bob non era figlio unico, sua sorella Carolyn era nata tre anni dopo di lui, cerebrolesa per un trauma da parto.
Dolorosissimo, per Bob, ricostruire il passato- la foto di un Natale del 1946, la sorellina vestita di rosa, lo sguardo vuoto e le gambette storte piegate sotto la vestina; la mamma fragile che affida a lui il compito di pulire la bambina, di divertirla, di convincerla a fare le cose più normali; il padre che scompare ogni martedì; il cambiamento continuo di case e di scuole per Bob, la sua solitudine, la mancanza di amici, le crudeli canzonature dei compagni, il senso di colpa soprattutto. Era stato lui, come aveva detto una volta la nonna, che aveva fatto del male alla mamma nascendo e perciò Carolyn era nata così?
Il senso di colpa legato al sesso, la colpa per un giuramento non mantenuto quando- lui ha 21 anni e Carolyn 18- i genitori decidono di far internare la sorella in un istituto. Il tempo della memoria non scorre uniforme, salta dal presente in cui il sessantenne Bob insegna agli anziani il valore terapeutico di Shakespeare, al passato della sua infanzia con la mamma che “più che malata è infetta da manie fitte, che le tolgono il sonno” e Carolyn che ha i primi attacchi epilettici, “il generale è andato in catalessi; è la seconda volta, successe anche ieri”, a quello dell’estate della sua adolescenza quando scopre il teatro e pende dalle labbra degli attori che ripetono quei versi che lui conosce a memoria, fino all’incontro con la sorella che non vede da quarant’anni.
Quello che rende unico il romanzo di Bob Smith è la duplice voce che si leva dalle sue pagine, la sua che potrebbe diventare sentimentalmente patetica se non fosse costantemente corretta e rinforzata dall’altra, quella del poeta che ha illuminato la sua vita con parole che non moriranno mai.
Bob Smith, Il ragazzo che amava Shakespeare, Ed. Guanda, trad. Marcella Dalla Torre, pagg. 313, Euro 16,00
Marilia Piccone 22-02-2004