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I CANI DI BABELE, CAROLYN PARKHURST
Se un cane parlasse...
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La copertina del libro trucco! E SE DOVESSIMO AGGIUNGERE ANCHE IL LINGUAGGIO DEI CANI ALLE SEIMILA LINGUE IN CUI si frantumò l’unica lingua parlata fino ad allora, quando gli uomini furono puniti per aver costruito la torre di Babele nell’arrogante presunzione di parlare con Dio? Paul Iverson, il quarantenne protagonista e narratore della storia nel romanzo di Carolyn Parkhurst, “I cani di Babele”, vuole credere che sì, i cani possano parlare, perché lui ne ha bisogno, perché Lorelei, il cane di sua moglie Lexy, è stato l’unico testimone della morte della sua padrona. In apparenza si è trattato di un incidente: Lexy è caduta dal melo del giardino.
   Già, ma che ci faceva a raccogliere le mele sull’albero? E poi, perché aveva cambiato l’ordine dei libri sugli scaffali? E aveva dato da mangiare a Lorelei la bistecca riservata per il loro barbecue? Il primo romanzo dell’americana Carolyn Parkhurst scorre veloce, in uno stile brillante, su due filoni che riescono a non far cadere mai l’attenzione, anche perché è diverso il tono dello stile narrativo.
   Un filone è quello della storia d’amore tra Paul e Lexy, un ricordo struggente che diventa necessario per capire se sia possibile che Lexy si sia voluta uccidere, se ci sia qualche segno premonitore nella loro storia in comune. E ce ne sono. Un personaggio affascinante e contraddittorio, quello di Lexy. Insolito e straordinariamente creativo il suo mestiere: fare delle maschere, mai comuni, mai banali, straordinariamente estrose e poi addirittura rivelatrici della personalità nascosta della persona che le indossa.
   Maschere per ricevimenti, per feste a tema, e poi- ed ecco che si insinua il fascino scuro della morte- maschere dei volti di persone morte. Ma Lexy aveva anche dei momenti di violenza distruttiva, dei giorni bui in cui diventava un’altra. E teneva un quaderno in cui annotava i sogni, visioni oniriche che ben si accordano a quello che le maschere esprimono su un altro piano.
   Un altro filone narrativo è centrato su Paul, la sua disperazione, la solitudine e l’abbrutimento, il desiderio di capire che diventa ossessione incanalata lungo due strade: insegnare a Lorelei a parlare e riuscire a contattare la misteriosa Lady Arabelle, la maga che risponde alle telefonate per cinque dollari al minuto e la sera prima di morire Lexy le aveva parlato per ben quarantasei minuti. Pagherà caro per la follia di Paul la povera Lorelei, che porta il nome della donna trasformata in sirena che ammalia i marinai del Reno con la sua voce, perché non sfugge una seconda volta ai criminali fanatici che fanno esperimenti sui cani.
   Le due parti della storia, quella nel passato e quella nel presente, quella in cui erano in due e quella in cui lui è rimasto da solo con il cane di lei che finirà per “dirgli” quello che è successo, scorrono parallelamente, alternando luce e ombra, proprio come Paul decide infine di voler ricordare, perché Lexy “ha portato sollievo alla mia vita oltre che dolore”. Una love story che diventa un thriller psicologico alla scoperta del lato di sé che neppure chi ci è più vicino conosce interamente.

Carolyn Parkhurst, I cani di Babele, Ed. Fazi, trad. Monica Pavani, pagg. 241, Euro 15,00

Marilia Piccone  25-04-2004

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