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SA MORTE SECADA, NICOLA VERDE
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La copertina del libro trucco! QUANDO SULLA CORRIERA CHE TRASPORTAVA CARMINE DIOGUARDI E SUA MOGLIE NELL’INTERNO DELLA SARDEGNA si era saputo che Dioguardi era il nuovo maresciallo dei carabinieri arrivato dal Continente, la corriera si era fermata sul ciglio della strada e Dioguardi aveva pensato “ci siamo”, certo che li avrebbero uccisi subito, prima ancora che lui assumesse l’incarico.
   Perché questa era l’idea che si aveva della Sardegna sul Continente, un paese di selvaggi. E invece l’autista aveva offerto da bere a tutti per festeggiare il nuovo maresciallo. E’ già qui la Sardegna del romanzo “Sa morte secada” di Nicola Verde, anche lui sardo “ di adozione” come lo diventerà il maresciallo Dioguardi che, ormai in pensione alla fine del romanzo, non si sentirà più “in castigo”, esiliato in quel luogo sperduto come il Drogo di Buzzati.
   Una terra di contrasti, di tradizioni ancestrali e di credenze pagane, ma anche di una semplicità non corrotta che finisce non per giustificare ma almeno per illuminare certi comportamenti. Il romanzo inizia dalla veglia funebre al corpo di un bambino morto per ritornare poi, in giri concentrici, agli antecedenti del fatto e alle indagini del maresciallo.
   Tutto sembra confermare i pregiudizi di Dioguardi sulla Sardegna- i miseri resti del bambino, il fatto che quel corpo scarnificato sia stato trovato su un idolo di epoca nuragica a suggerire riti pagani, i lamenti delle prefiche intorno al catafalco, le parole ostiche di quel dialetto barbaro pronunciate da Costantina, la zia del bambino, “cheret andare a fundu, finzas a sa morte secada”: una raccomandazione per lui, che andasse a fondo della faccenda, fino a “tagliare la morte”, ad arrivare all’osso. E Dioguardi non sa ancora fino a che punto questo sia da intendersi alla lettera, il suo è lo sguardo di chi viene dall’esterno, osserva, non capisce ma non condanna. Lui e sua moglie sono la normalità di una coppia affiatata, legata di più dalla sofferta mancanza di un figlio.
   Di fronte a loro i sardi: le due sorelle Costantina e Natalia, dura e legnosa l’una, bella e chiacchierata l’altra; i due preti, l’angelico padre Melchiorre e don Mario, chiamato con scherno “preide Bertula”- di lui si dice che sia il padre del bambino morto e che sia un usuraio; l’uomo che ha violentato Natalia quando era poco più che una bambina e quello che è il suo compagno ora e che l’ha sempre amata; il bandito latitante che incontra Dioguardi sui monti e gli svela i segreti di altre colpe, di gente che se ne va in giro rispettata, una storia di soprusi che riguardano la costruzione della fabbrica della petrolchimica; il giovane carabiniere Cabras che dice a Dioguardi che per fame si può diventare o banditi o carabinieri- come lui, specchio nella legalità del bandito Farore.
   Bello il personaggio di Dioguardi, arrivato così prevenuto e però disponibile, che ascolta, indaga, finisce per comprendere e, per quel sentimento di pietas che è al di sopra della legge, tace. Cupa l’atmosfera della Sardegna che non pare molto cambiata dai tempi della Deledda, colorito il linguaggio per una giusta aggiunta di dialetto che non stona.

Nicola Verde, Sa morte secada, Ed. Dario Flaccovio, pagg. 223, Euro 13,00

Marilia Piccone  13-11-2004

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