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IL MANGIATORE DI PIETRE, DAVIDE LONGO
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La copertina del libro trucco! C’È UNA QUALITÀ CHE DISTINGUE I ROMANZI DI DAVIDE LONGO, LO SCRITTORE PIEMONTESE che ha vinto il Premio Grinzane Cavour 2001 per il suo primo libro, “Un mattino a Irgalem”, ed è un’economia narrativa, una sobrietà e limpidezza di linguaggio, una scarnificazione dei suoi personaggi che ben si addice al paesaggio essenziale in cui si svolgono le sue storie: il deserto dell’Africa nel primo romanzo, le montagne del cuneese in questo secondo libro, “Il mangiatore di pietre”.
   E ancora una volta troviamo una storia drammatica di solitudine il cui pieno significato ci viene chiarito solo alla fine.
   Siamo in Val Varaita, una valle che si arrampica fino al confine con la Francia, le montagne non sono imponenti come quelle della Val d’Aosta, salgono tondeggianti, quando soffia il vento non c’è riparo e spazza via la neve, c’è una diga su in alto, e l’acqua si ferma in un lago. Villaggi aggrappati ai fianchi delle montagne, una vita misera, gente che parla poco- come tutta la gente di montagna, che non spreca niente, neppure le parole. E non si parla molto nel romanzo.
   Si comunica a mezze frasi, il non detto volteggia nell’aria sottile, i segreti restano tali. E’ Cesare che trova il cadavere dell’amico Fausto nell’acqua del torrente. E’ Cesare che ha insegnato il mestiere del “passeur” a Fausto, i sentieri e le mulattiere che portano di là, in Francia, i crinali e gli anfratti in cui nascondersi, come annusare l’aria e come tendere l’orecchio per distinguere la provenienza e l’origine dei rumori.
   E’ un mestiere che in genere ci si tramanda in famiglia, ci può essere un bel giro di soldi. Cesare sa dove Fausto tiene nascosto il denaro, sa anche che ha lasciato una “consegna” in sospeso: della gente aspetta in una baita- due sono bambini piccoli, nessuno parla italiano, un vecchio capisce il francese.
   Ci sono dei segnali disseminati nel romanzo, come tracce sui sentieri, che noi dobbiamo raccogliere senza sapere che cosa farne: la lupa di Cesare, soprannominato “il Francese” perché era cresciuto a Marsiglia, viene barbaramente uccisa e Cesare si trova gli occhi del cane sul cuscino e un avvertimento scritto col sangue; un foglio con dei numeri di telefono; un contatto in Francia che sa di minaccia; una bella donna di cui il marito è morbosamente geloso; un ragazzo, Sergio, che ha visto qualcosa.
   Quasi con pudore- è la ritrosia propria dei montanari- veniamo a conoscere, a strappi, le storie dei personaggi: di Cesare che ha perso la moglie (e gli pare ieri) e si sente attratto dalla donna commissario che svolge le indagini; di Sergio che sua madre ha abbandonato bambino; dell’amico Ettore, anche lui passatore un tempo. La Francia come attrazione e come destino- si guadagna ma ci vuole coraggio per portare della gente che ha poco da perdere verso la loro salvezza, e la sequenza finale della marcia nel gelo delle alture, i colpi di fucile di qualcuno in agguato, morte in cambio della vita, è altamente drammatica.
   Come le ultime pagine che riservano un colpo di scena: è un fuorilegge o un eroe, il Francese?

Davide Longo, Il mangiatore di pietre, Ed. Marcos y Marcos, pagg.205, Euro 13,50

Marilia Piccone  27-11-2004

trucco! Dello stesso autore leggi la recensione di
"Un mattino ad Irgalem"


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