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L'AMORE PERDUTO E LA TEORIA DEI QUANTI, ANDREW CRUMEY
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La copertina del libro trucco! “MOBIUS DICK” È IL TITOLO ORIGINALE DEL NUOVO ROMANZO DELLO SCRITTORE INGLESE Andrew Crumey, l’accostamento di due nomi che suggeriscono molto sul tipo di libro che ci accingiamo a leggere: Mobius come lo scienziato che ha dato il suo nome al “nastro di Mobius”, simbolo dell’infinito- e sono infinite le possibili storie incastrate nel romanzo; Dick come lo scrittore di fantascienza Philip Dick, ad evidenziare un aspetto della trama.
   E poi, naturalmente, è inevitabile pensare a “Moby Dick”, uno dei molti testi letterari a cui si fa riferimento nel romanzo, ad iniziare dallo spunto iniziale, il messaggio che John Ringer, studioso di fisica, riceve sul suo telefonino, “Chiamami: H”, che suona come il famoso incipit, “Call me Ishmael”.
   Questo è il primo filone del romanzo, la storia di John Ringer che si domanda se il messaggio sia di Helen, che era stata la sua ragazza vent’anni prima. Ripensa al loro primo incontro, a come avessero parlato di letteratura, di Thomas Mann in particolare. Altri filoni si affiancano a questo (secondo un metodo già sperimentato da Crumey nel precedente “Il professore, Rousseau e l’arte dell’adulterio”), con l’inserimento delle pagine di un romanzo intitolato “Professor Faustus” e scritto da un tal Heinrich Behring, in cui l’anziana Bettina von Arnim, già amante di Goethe, va a trovare Schumann in un istituto mentale.
   Ed iniziamo a capire che questo romanzo nel romanzo si svolge in un universo parallelo in cui Thomas Mann ha abbandonato la letteratura dopo il fiasco del suo primo libro e lo scrittore Behring- che scrive opere che riecheggiano quelle di Mann- giganteggia in una Germania che è riuscita ad invadere la Gran Bretagna per poi essere sconfitta dalle forze di un’Unione Sovietica Europea. Il mondo degli universi paralleli è un mondo di coincidenze e, nei discorsi rievocati tra John Ringer e Helen, salta fuori che il fisico Schrödinger (lo studioso che ha definito la teoria della meccanica dei quanti) era arrivato alla sua intuizione mentre era in vacanza in un tubercolosario nelle Alpi simile a quello de “La montagna incantata” di Mann.
   C’è una domanda che percorre tutto il romanzo di Crumey: fino a dove si può parlare di coincidenze e fino a dove si tratta di destino? E la nostra vita è prefissata o soggetta a interventi casuali che alterano la causa e l’effetto? Ma ogni possibile risposta viene deviata dall’inserimento di altri filoni in altri possibili universi. Quando leggiamo di Harry Dick ricoverato in ospedale per una forma di amnesia e sappiamo che la terapia della scrittura fa parte della sua cura, capiamo che forse John Ringer è un personaggio inventato da un altro personaggio del romanzo e così pure tutta la trama fantascientifica sugli esperimenti in Scozia che potrebbero far collassare il continuo di spazio e tempo dell’universo. E che causano una sindrome di falsa memoria, come quella di Harry Dick.
   Non c’è fine ai collegamenti e alle possibilità, agli spostamenti nel tempo fra il passato e il futuro in un romanzo che risente dell’influenza di Borges e Calvino e che non è certamente nuovo nella tematica a incastro, ma è intrigante e stimolante e intelligente, anche se ogni tanto un poco cervellotico.

Andrew Crumey, L’amore perduto e la teoria dei quanti, Ed. Ponte alle Grazie, trad. Stefano Beretta, pagg. 270, Euro 14,50

Marilia Piccone  06-10-2005

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