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NEMMENO DIO, CLAUDIO GIANINI
Un giallo ambientato a Milano
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La copertina trucco! IN UN MONDO OVUNQUE ALLA DERIVA, ANCHE MILANO È DIVENTATA UNA CITTÀ VIOLENTA: È INDUBBIO.
   Sfruttatori picchiano a sangue le prostitute, spacciatori di droga danno vita a battaglie per il controllo di territori e mercati, rapinatori danzano in bilico tra furti violenti e omicidi (spesso il confine è risibile). Nulla di nuovo sotto il sole.
   Ma c’è pure di peggio: madri abbandonano figli appena nati, condannandoli a morte certa. La destinazione finale di ciascuno sembra sempre la stessa: il tavolo del medico legale.
   Un folle va in giro ad uccidere, per poi decapitare le sue vittime. Non uomini qualunque, ma personaggi di primo piano come Enrico Grandi, Direttore della Banca d’Italia, o Giorgio Quattro, segretario di un partito al Governo.
   Una ferita da arma da fuoco causa il decesso. La testa viene asportata successivamente. Con chirurgica, sconcertante precisione. Utilizzando una lama affilatissima. Il classico noir a tinte fosche che rapisce il lettore.
   È in questo difficile – ma tragicamente realistico – contesto, che Claudio Gianini tesse la sua trama, ricostruendo pian piano i fatti, offrendo una caratterizzazione dei singoli personaggi attraverso una scrittura nitida, puntuale e a tratti garbata.
   Manca la testa, ai cadaveri. Ed è proprio questo senso di un vuoto da colmare, di una lacuna, che turba e coinvolge l’inquirente di turno, il Commissario Marco Trevis; non il solito raccomandato, ma uno che viene dalla gavetta, che ha salito un gradino alla volta e che oggi, coi suoi centonovanta centimetri di determinazione e una laurea in Sociologia in tasca, è a capo di una task force di fatto semisegreta, una sorta di intelligence con ampi margini di intervento.
   Lui è uno capace di tutto, perfino di liberare la figlia del Presidente del Consiglio, rapita e violentata da una banda di slavi feroci e depravati.
   Ma anche capace di perdersi negli occhi di Cristina Neri, collega di lavoro e compagna di letto. O di convivere con gli ingombranti fantasmi di precedenti amori.
   Uccidere, sì, succede: ma perché incrudelire? Perché degenerare nel piacere paradossale di privare le proprie vittime del simbolo stesso dell’esistere come uomini pensanti e senzienti: la testa, il cervello, ciò che davvero ci rende distinti gli uni dagli altri?
   E ancora: da cosa nasce, la consolidata attenzione della Letteratura per il crimine? Ha provato a spiegarlo di recente Claudio Magris, il quale ha affermato che sotto i più diversi cieli e nelle più diverse epoche, la letteratura sembra pervasa da un rifiuto del diritto e della legge, che essa respinge spesso confondendo e identificando i due termini e le realtà diverse che sottendono.
   Novalis, il romantico tedesco che si propone di poetizzare ossia di riscattare poeticamente il Tutto, scrive in uno dei suoi frammenti: “Io sono un uomo completamente illegale; non ho il senso né il bisogno del diritto”.
   Il conflitto, insomma, è necessario in Letteratura, ma come lo è un’amputazione in una malattia o una difesa da un attacco armato.
   Se c’è un investigatore che dà la caccia ad un malfattore, in parole povere, sale l’audience ed anche il cosiddetto pathos tipico delle tragedie greche. Perché in un mondo dove tutte le vacche sono nere, nemmeno Dio è perfetto – chiosa Gianini – e “Allà se lo haya cadauno con su pecado. No es bien que los hombres honrados sean verdugos de los otros hombres.” (Se la sbrighi ciascuno col suo peccato) come dice don Chisciotte vedendo la fila dei galeotti in catene.
   Quei galeotti appaiati in attesa di giudizio, inutile dirlo, sono solo la metafora della condizione umana.
   Da ultimo, una provocazione: quante persone senza testa sono accanto a noi senza che ce ne siamo mai accorti?
   Potrebbe essere questa un'interpretazione estrema del libro, foriera di ulteriori riflessioni e approfondimenti.

Claudio Gianini, Nemmeno Dio, Edizioni Clandestine, pagg. 168, Euro 10,00

Fernando Bassoli  27-04-2006

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