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L'ARTIGLIO DEL LEOPARDO, ROBERT WILSON
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La copertina trucco! A VOLTE È DIFFICILE INCASELLARE UN ROMANZO DENTRO UN GENERE. PUÒ RISULTARE inadeguato, o riduttivo. Come per i romanzi di Robert Wilson: il termine italiano di “giallo” è limitativo, dire che si tratta di thriller, che presuppone uno svolgimento con un certo suspense, è già più corretto, meglio aggiungere che sono romanzi “noir” perché c’è sempre un’atmosfera cupa e densa di intrighi. Ma, al di fuori di ogni definizione, i romanzi di Robert Wilson sono grandiosi (viene in mente il paragone con quelli di Henning Mankell), nel senso che i casi che gli investigatori più o meno di professione si trovano a indagare spaziano nel tempo, affondano nella storia e nella politica di uno o più paesi, rivelano trame governative, commerci sporchi ad alti livelli. Non si tratta mai del piccolo omicidio di provincia, insomma.
   Ne “L’artiglio del leopardo” riappare Bruce Medway, già protagonista di “Strumenti delle tenebre”, pubblicato dalla stessa casa editrice. Bruce Medway accetta lavori vari per vivere o sopravvivere, beve troppo, immalinconito dalla partenza della donna che ama, e i guai che dovrebbe risolvere rischiano di sommergerlo.
   Siamo in Costa d’Avorio, alla vigilia delle elezioni, la vicina Liberia è insanguinata dalla guerra civile, armi libiche transitano dal confinante Burkina Faso verso la Liberia, i diamanti sono il mezzo migliore per esportare grossi capitali, i porti della Costa d’Avorio sono ambiti dagli Stati Uniti.
   A Bruce Medway capitano tre lavori insieme, in apparenza distinti ma che riveleranno poi un qualche legame l’uno con l’altro. Un commerciante di video incarica Bruce di consegnare un pacchetto ad un bianco che lo aspetterà vicino alla laguna, alle otto di sera. Quando Bruce arriva sul posto, lo sconosciuto che lo aspetta nell’auto è morto, garrotato da un fil di ferro. Più tardi si scopre che l’artiglio del Leopardo ha infierito su di lui, sventrandolo. Stessa morte che è stata inflitta poco prima al collaboratore del presidente liberiano, ucciso dal capo di una delle fazioni ribelli. Il secondo incarico di Bruce consiste nel licenziare un tale Kurt Nielsen per conto del suo datore di lavoro- peccato che Kurt Nielsen risulti essere già deceduto in passato e doppiamente morto adesso, in quanto è lui l’uomo morto nell’auto. E infine deve fare da guardia del corpo al ricco rampollo di un commerciante di diamanti, in Africa per affari.
   L’Africa di Wilson in cui si muove Bruce Medway è diversa da quella di Conrad ma sempre “un cuore di tenebra”, terreno di gioco di potenze mondiali che non si fanno scrupolo di usare le guerriglie locali, un luogo dove la vita umana non ha nessun valore. Non è facile seguire la vicenda, nel romanzo di Wilson, perché è la politica stessa dei luoghi che è complicata, ma l’ambientazione è affascinante- viaggi su strade dissestate, incontri-scontri con guerriglieri bambini, pentoloni in cui bolle il karaté e in cui rischia di cadere Bruce (ci cade qualcun altro), prigioni in cui non vorremmo passare neppure mezzo secondo. La pioggia e le zanzare. La notte e i tramonti.
   Una scena mozzafiato su un ponte sospeso con liane tra due confini. Morti insanguinate. A sollevare queste scene cruente il linguaggio di Wilson è un godimento, ricco di humour, brillante e con una punta di meditativa tristezza.

Robert Wilson, L’artiglio del leopardo, Ed. Meridianozero, trad. Anna Feruglio Dal Dan, pagg. 345, Euro 15,50

Marilia Piccone  04-05-2006

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