LA COSA PIÙ DIFFICILE NON È MORIRE MA PREPARARSI A MORIRE, CONVIVERE CON L’IDEA che c’è un termine già stabilito per il tempo che ci resta da vivere e sapere che la qualità di questo tempo dipende da noi. E il romanzo dello psichiatra Irvin Yalom, “La cura Schopenhauer”, è una straordinaria riflessione sui meccanismi della vita, sulle interazioni personali, sul valore dei rapporti umani, l’importanza della cultura come mezzo di conoscenza di sé e infine sulla morte.
Un libro singolare che del romanzo ha i personaggi con le loro singole storie, ma è anche, nello stesso tempo, un saggio sulla psicoterapia e una biografia del filosofo Arthur Schopenhauer.
Si parla molto di filosofia in questo libro, ma non in maniera astratta, piuttosto come un supporto per comprendere la vita in tutto quello che ci accade, in modo da diventarne i padroni, da poter scegliere la vita che vogliamo- per vivere e non essere vissuti. E sono due i filosofi a cui fare riferimento, Nietzche e Schopenhauer, due poli interpretativi che trovano i loro sostenitori nei due personaggi chiave: il professore Julius Hertzfeld e Philip Slate, favorevole ad un metodo di consulenza psicologica ispirata a Schopenhauer.
Quando a Julius Hertzfeld viene diagnosticato un melanoma che gli lascia un anno di vita, dopo i primi momenti di sconforto e paura, dopo aver volto uno sguardo indietro al suo passato, Julius sa che cosa vuole fare, come vuole vivere il tempo che gli è ancora concesso: esattamente come ha vissuto finora. Secondo l’insegnamento di Nieztche che celebrava gioiosamente la vita e spronava a vivere in maniera tale da aver voglia di ripetere la stessa vita in eterno.
Ed è qui che si inserisce il secondo personaggio, quel Philip Slate che, in cura da Julius vent’anni prima per un comportamento sessuale ossessivo, non aveva ricevuto giovamento dalla terapia. Un fallimento che Julius vuole riesaminare, venendo ad un accordo con Philip: Julius farà da supervisore a Philip perché questi possa ottenere la licenza di consulente e Philip parteciperà alle riunioni di terapia di gruppo di Julius. Il contrasto fra i due, che poi è la differenza tra il misantropo, sprezzante, sarcastico, egoista ed egotista Schopenhauer e il guerriero della vita Nieztche che parla di impegno ad aiutare gli altri condividendo la propria maturità, risulta più chiaro nello scambio di esperienze del gruppo. Philip (“il clone di Schopenhauer”) si tiene da parte, è incapace dell’apertura di sé agli altri, parla per bocca del filosofo che, secondo lui, lo ha salvato.
Ognuno degli uomini e delle donne del gruppo ha una sua storia che noi apprendiamo parzialmente ad ogni incontro, così come ci addentriamo nei metodi operativi della psicoterapia di gruppo, con una parentesi in cui esploriamo una terza possibilità per affrontare la vita, seguendo la bella Pam (delusa dal marito e dall’amante) in un ashram in India. Quando Julius muore, qualcosa di lui è andato in ognuno degli altri.
C’è il rischio del didatticismo in un romanzo di questo genere, ma, se a volte Irvin Yalom lo sfiora, quello che prevale è la sua capacità di coinvolgerci in pensieri e sentimenti che riconosciamo in parte come nostri, in un atteggiamento positivo e coraggioso verso la vita e verso la morte.
Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer, Ed. Neri Pozza, trad. Serena Prina, pagg. 423, Euro 18,00
Marilia Piccone 17-01-2006