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C’È UN ARCHITETTO ITALIANO DIETRO IL PROGETTO DEL PALAZZO CHE IL MILIONARIO ARMENO Hagub Yacoubian fece costruire nel 1934 in via Suleyman pasha, al Cairo: dieci piani in stile europeo, balconi decorati di statue, colonne e scale di marmo, persino un moderno ascensore Schindler. Un tale capolavoro meritava il suggello del nome del proprietario scolpito in grandi lettere nella parte interna del portone. Dapprima gli abitanti del palazzo erano stati il fior fiore della società, poi ci fu la rivoluzione del 1952: adesso c’è di tutto nel Palazzo Yacoubian, l’aristocratico Zaki bey e lo studente Taha che diventa un terrorista, la ragazza povera costretta ad accettare attenzioni non gradite e l’intellettuale gay, il ricco commerciante che vuole entrare in politica e il piccolo trafficante che apre un negozio di sartoria per nascondere altre entrate. Persino gli stanzini sul terrazzo, una volta adibiti a dispensa o cuccia per il cane, sono stati adattati come abitazioni. E Palazzo Yacoubian diventa un microcosmo, espediente letterario ideale per un affresco dell’Egitto moderno. Le vite degli inquilini scorrono parallele, si intersecano, a volte si uniscono per poi separarsi e prendere percorsi diversi. E tutti sono rappresentati da Al-Aswani con compassione, nel significato etimologico della parola, con una grande umanità che tutto comprende e tutto inquadra nella storia culturale, economica e politica del paese. Il romanzo si apre con un personaggio che fa sorridere tutta la via Suleyman pasha, l’elegante donnaiolo Zaki bey con le rughe e i capelli finti, la dentiera e le lenti spesse, che però finisce per conquistare noi e Buthayna, la ragazza che prima era fidanzata con il giovane Taha, poi aveva accettato per soldi le avance di Zaki e infine lo sposa, toccata dalla sua gentilezza e dalla sua sollecitudine. Mentre è inevitabile che Taha, studente brillante escluso dal corpo di polizia perché figlio di un portiere, arrestato dopo una manifestazione, segnato nel fisico e nello spirito dalle torture, si unisca ad un gruppo estremista religioso e usi la jihad per la sua vendetta personale. La violenza è la spia di uno squilibrio nella società, e Taha non è l’unica vittima della violenza. Le donne, per la posizione stessa che occupano nel mondo islamico, debbono soggiacere al dominio maschile, prostitute o spose per uscire dalla povertà, come Suad, seconda moglie dell’anziano Azzam che la costringe ad abortire. La vicenda dello sheik milionario Azzam, che ha iniziato come manovale ambulante, si è arricchito con traffici di droga e adesso vuole entrare in politica, apre uno squarcio sulla corruzione a tutti i livelli, sul cinismo di chi è al potere. “La gente sa che falsifichiamo le elezioni?”, chiede il segretario del Partito Nazionale, “io direi di no. Abbiamo studiato a fondo la psicologia del popolo egiziano. Dio ha creato questo popolo per essere dominato.” Abbiamo lasciato per ultimo un altro personaggio tragico, in certo qual modo vittima pure lui della società in cui vive e dell’ipocrisia della morale corrente, l’omosessuale Hatim dalla doppia vita, colto e ricco direttore di un giornale, costretto a cercare amori mercenari finché si innamora e crede di poter legare a sé il giovane Abdu procurandogli un lavoro. Il romanzo si chiude con le danze e le risa d’allegria alla festa di nozze di Zaki bey, ma a noi restano negli orecchi le urla di Taha sodomizzato e il pianto di Suad che si trova in ospedale senza sapere come ci è arrivata, e negli occhi il corpo crivellato di colpi di Taha sull’asfalto e il sangue nel bell’appartamento di Hatim.
‘Ala Al-Aswani, Palazzo Yacoubian, Ed. Feltrinelli, trad. Bianca Longhi, pagg. 214, Euro 16,00
La recensione della nostra collaboratrice a questo libro è già stata pubblicata su Stilos, il quindicinale dei libri.
Marilia Piccone 26-04-2006
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