trucco!
trucco! libri
trucco!
INTERVISTA ALLO SCRITTORE 'ALA AL-ASWANI,
Quattro chiacchiere con l'autore di Palazzo Yacoubian
trucco!
Indice della rubrica
trucco!
Cinema
trucco!
CyberNews
trucco!
Fumetti
trucco!
Graffiti
trucco!
Musica
trucco!
Teatro
trucco!
VIPs
trucco!
trucco!

Ala Al-Aswani trucco! IN EGITTO HA AVUTO UN INCREDIBILE SUCCESSO CON IL SAPORE DELLO SCANDALO, IL romanzo “Palazzo Yacoubian” dello scrittore Ala Al-Aswani. Perché parla di amori proibiti e sesso, corruzione, ipocrisia religiosa e fondamentalismo, con una galleria di personaggi che ricorderemo a lungo. Abbiamo intervistato Ala Al-Aswani a Milano, dove è venuto per la presentazione del romanzo da cui è stato anche tratto un film, in proiezione al Festival di Berlino..

Lei è un dentista e il suo lavoro deve tenerla molto occupata: come ha deciso di fare anche lo scrittore?
   In realtà non ho deciso di fare lo scrittore, ho deciso di fare il dentista. Mio padre era uno scrittore famoso in Egitto, io ero figlio unico, in casa mia la scrittura era nell’aria. E’ sempre stato il mio sogno fare lo scrittore. Ma scrivere libri non è un lavoro, è necessario fare qualcosa d’altro per guadagnare. E trovo molto utile fare il dentista, perché mi rende indipendente, non ho l’assillo di scrivere per vivere. E poi uno studio dentistico non ha emergenze, posso regolare il mio tempo come voglio. Inoltre mi permette di incontrare molte persone: sono in contatto con gli altri, posso osservare ogni giorno molti esempi di atteggiamenti umani.

“Palazzo Yacoubian” è il suo primo libro?
   No, “Palazzo Yacoubian” è il mio secondo romanzo, ma è stato pubblicato prima del precedente. Nel mio primo romanzo, intitolato “Friendly fire”, ho usato la tecnica narrativa della prima persona, si tratta di un personaggio frustrato dalla corruzione e dall’ingiustizia, che sente la contraddizione tra il mondo in cui vive e la gloria del passato dell’Egitto. Il libro inizia con questo personaggio che dice, “Sono stufo della nostra gloria e dell’Egitto”. Dopo averlo terminato, non ho trovato un editore per questo romanzo, perché hanno pensato che fosse quello che io pensavo. E’ stato pubblicato solo dopo il successo di “Palazzo Yacoubian”.

Il palazzo è una splendida scelta per parlare di tante cose: è proprio così il vero palazzo Yacoubian?
   Prima di tutto vorrei dire che c’è veramente il palazzo Yacoubian, ma quello vero è diverso da quello del romanzo: è di soli sei piani e non ci sono le stanzette che ho immaginato sul terrazzo. Sia al Cairo sia ad Alessandria ci sono molti palazzi simili, costruiti da architetti italiani perché erano considerati i migliori. Il palazzo corrisponde a quella categoria letteraria secondo cui il luogo è il personaggio principale- come vediamo nel romanzo “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić, “Il quartetto di Alessandria” di Durrell, per non parlare dei molti romanzi in cui il nostro Mahfuz ha usato questa categoria.

Nel libro è chiara la sua condanna del fondamentalismo e tuttavia, nel personaggio di Taha, appare anche chiara la sua spiegazione del perché ci siano persone che vengono spinte al fondamentalismo e al terrorismo.
   Ho un’educazione medica, sono abituato a studiare la malattia e le complicazioni della malattia. E’ la malattia che deve essere curata, perché se si curano i sintomi si uccide il paziente. Credo che questa regola sia valida anche nella vita: la malattia nella società araba è la mancanza di democrazia e la complicazione è il fanatismo e il terrorismo. Non si può trattare il fanatismo senza dare la democrazia al popolo. D’altra parte ho vissuto in America, a Chicago, e ho osservato che anche laggiù la parte della povera della popolazione, i neri soprattutto, diventano nemici dello stato, spinti dalla disperazione. Da noi manca un gioco equo- solo nel calcio c’è un gioco equo. Ma tutti dovrebbero poter partecipare al gioco. Nel romanzo io cerco di spiegare come il terrorismo sia il risultato della mancanza di democrazia, della corruzione e dell’ingiustizia.

E infatti uno dei personaggi dice chiaramente, “La causa della decadenza di questo paese è la mancanza di democrazia.” Gli americani si autodefiniscono come portatori di democrazia. Si può importare la democrazia?
   Quello degli americani mi sembra uno scherzo, negli ultimi cinquant’anni l’amministrazione americana ha sostenuto ovunque le peggiori dittature e continua a sostenerle. Non capisco che cosa stiano facendo in Iraq, non so come possano portare la democrazia. L’America non dovrebbe parlare di democrazia, la democrazia è un nostro dovere e siamo noi quelli che devono lottare per la democrazia nel nostro paese.

Taha viene arrestato, imprigionato e torturato senza una chiara accusa: è possibile questo in Egitto?
   In Egitto è da vent’anni che ci sono le leggi dell’Emergenza, è da vent’anni che migliaia di egiziani vengono arrestati e torturati. Secondo le cifre del governo ci sono trentamila prigionieri nelle carceri, sono lì anche da dieci anni senza processo; secondo l’opposizione i prigionieri sono sessantamila. E questo non è un segreto.

Zaki bey ha nostalgia per il passato, per il tempo in cui c’era la monarchia. Rimpiange lo stile di vita, l’atmosfera europea, il cosmopolitismo? Oppure anche il regime politico?
   Zaki ha nostalgia per tutte queste cose, perché a livello personale la rivoluzione ha reso la sua vita impossibile. A livello oggettivo, fino alla morte di Nasser nel 1970, l’Egitto era più tollerante verso le altre culture di quanto lo sia adesso.

Buthayna dice, “Odio questo paese!”: quali sono i sentimenti dei giovani verso l’Egitto?
   Buthayna è sincera, ma forse voleva dire che odia non tanto il suo paese ma quello che succede nel suo paese- è troppo giovane per fare la differenza. Milioni di giovani egiziani sarebbero d’accordo con lei. Il tuo paese vive in te e, se odi quello che succede, se vedi che non c’è giustizia e non c’è futuro, provi odio, come Buthayna.

La vita sembra essere difficile soprattutto per le donne nel romanzo. Di recente ho sentito una scrittrice dire che sono le donne che portano i cambiamenti nelle società. Fino a che punto le donne egiziane sono libere di portare dei cambiamenti nella loro società?
   Non vedo il problema delle donne egiziane separato dal problema dell’Egitto. Il problema, come ho già detto, è la mancanza di democrazia, del diritto di scegliere i governanti, di partecipare a quanto succede. Forse la donna egiziana soffre il doppio, perché è donna e perché è egiziana.

Uno dei personaggi più drammatici è quello dell’intellettuale Hatim, che è omosessuale. Come sono considerati gli omosessuali in Egitto?
   Gli omosessuali sono sempre stati accettati nella società araba. Uno dei nostri grandi poeti, Abu Nawas, ha scritto delle bellissime poesie sull’amore omosessuale. Nel mondo del cinema e dell’arte abbiamo molti omosessuali, anche se da noi gli omosessuali non formano un partito politico come in America. Ma voglio sottolineare che in Egitto nessun omosessuale è mai stato ucciso o perseguitato in quanto tale.

Ha avuto dei problemi per la pubblicazione del suo libro in Egitto? E’ vero quello che si dice, che un libro si scrive in Egitto, si pubblica a Beirut e si legge a Bagdad?
   Le vicende per la pubblicazione del mio libro sono interessanti: quando ho finito di scriverlo, l’ho presentato a tre o quattro editori, le loro risposte sono state tutte di apprezzamento per il romanzo, ma di rifiuto di pubblicarlo. Ho trovato un editore libanese entusiasta, disposto a pubblicarlo. Ma il problema con l’Egitto è che non c’è una censura ufficiale, e tuttavia c’è una censura invisibile. Se si pubblica il libro fuori dell’Egitto, è facile che ne venga proibita la circolazione. Se invece viene pubblicato da una casa editrice egiziana, è complicato togliere un libro dal mercato se ha successo, farebbe notizia ed è quello che si vuole evitare. Alla fine ho trovato un editore coraggioso in Egitto, dopo 45 giorni la prima edizione era esaurita e ormai era troppo tardi per creare un problema. Adesso “Palazzo Yacoubian” è arrivato alla nona edizione. In pratica, però, in Egitto si può scrivere di tutto, purché non si alteri la realtà.

E’ di questi giorni il caso del mussulmano condannato a morte per essersi convertito al cristianesimo: l’apostasia è una lettura sbagliata dell’Islam?
   Ognuno ha il diritto di convertirsi: il vero Islam non punisce nessuno che si converta ad un’altra religione. L’Islam ha in comune con le altre religioni la concezione della nobiltà dei valori umani. Il problema è quello dell’interpretazione dei testi sacri: esiste una legge e un’interpretazione della legge che non è detto sia in conformità con questa. La legge è il Corano e nel Corano non c’è parola che condanni chi si converte. Anzi, si dice che ognuno può scegliere la sua religione. C’è poi un’interpretazione chiusa e retrograda ed è la madre del talebano, e questa porta al giudizio e alla punizione. Ma, ripeto, nel Corano non c’è giudizio e non c’è punizione.

L'intervista della nostra collaboratrice è già stata pubblicata su Stilos, il quindicinale dei libri.

Marilia Piccone  26-04-2006

trucco! Leggi la recensione a Palazzo Yacoubian

trucco!
Archivio
trucco!
Info
trucco!
Scrivici
trucco!
Torna su
Aiutaci a migliorare: dai un voto a questo articolo!

Ottimo
Buono
OK
Scarso
Pessimo
Bleah!


Send me!
Manda questa pagina ad un amico

trucco! LibriTrucco!Home
trucco!