UNA VOLTA GIUNTO A ROMA (NEL 1800, NEL 1811 E QUINDI NEL 1827) HENRI BEYLE, IN arte Stendhal, non poteva esimersi dalla visita dei Castelli romani.
Era quasi doveroso, per gli intellettuali dell’epoca (si veda il caso del Vate D’Annunzio, che saliva dall’Urbe alla Cecchina per arrivare ad Albano e qui soggiornare all’Albergo Togni, in compagnia di Barbara Leoni, oppure quello di Annibal Caro) ed in particolar modo per quelli stranieri, come Goethe, Cornelia Knight, Augustus Hare, Andersen, Richard Voss, Wilhelm Waiblinger e altri ancora). Tutta gente che ha davvero lasciato un segno del proprio passaggio su questa terra. Tutta gente che ha sentito il bisogno di soggiornare ai Castelli.
Una sorta di misteriosofia sembra involgere i Colli Albani, specie adesso che alcune tesi suffragate dall’archeologia dimostrano essere state le navi del Lago di Nemi riesumate dal Regime veri e propri simboli religiosi e non covi per bagordi vari.
Sembra che Beyle sentisse sulla pelle – grazie ad una rara sensibilità – le suggestioni di quest’atmosfera ineffabile, in bilico fra sacro e mistico, passato e presente.
Aveva fiutato la forza tragica di questi luoghi riscaldati da un sole sempre amabile e da crepuscoli struggenti?
Aveva colto il recondito segreto delle infide acque lacustri e letto il mormorio traditore del vento, indovinato la sagoma del serpente (ma anche del brigante) nel fitto fogliame degli alberi sempreverdi?
Dalle pendici del Monte Cavo, lo scrittore ha fatto spaziare il suo sguardo verso la pianura che digrada verso il Tirreno e verso la grande vallata prenestina, coi rilievi che partono dal Tiburtino, ad est di Roma, impressionato dalle foreste della Fajola, che scivolava sui costoni a est del lago di Albano per arrivare fino all’imboccatura di Rocca di Papa.
Stendhal deve avere veduto pure Palazzola e il suo convento, il viottolo a strapiombo sul lago, i lecci intorno al Romitorio.
Dirà però che la più bella selva che esiste al mondo è quella di Ariccia.
Alla luce della proposizione di quest’opera nella traduzione di Tatiana Menel, può dirsi che è forse tempo di studiare la storia dei Castelli romani secondo un nuovo filone esegetico, diverso da quello consueto dell’araldica guerriera dei casati, del folklore e delle lodi per i vini locali, nel sinistro ricordo delle lame dei coltelli estratti a tradimento in un inferno bellissimo, come osservato in prefazione dal poeta Aldo Onorati.
“La Badessa di Castro”, ispirata cronaca di amore tragico e cocente, narra della Badessa del Convento della Visitazione di Castro: Elena Campireali, il cui processo e la cui morte sollevarono grande scalpore nell’alta società di tutta Italia e può in qualche misura considerarsi lavoro preparatorio del più noto “La certosa di Parma”.
Stendhal, La Badessa di Castro, Anemone Purpurea, pagg. 185, Euro 13,00
Fernando Bassoli 20-07-2006