UN LIBRO IMPORTANTE PER LA VALENZA DI DENUNCIA SOCIALE CHE IMPLICA.
Ci voleva un italiano (seppur marito di una cubana) per vedere le cose dal punto di vista dei cubani, della povera gente? Certo che no, ma per poterlo scrivere liberamente sembra proprio di sì, almeno a giudicare dai chiari riferimenti alle limitazioni di espressione di un popolo sottoposto alle leggi (?) del cosiddetto periodo speciale.
La realtà cubana non è fatta solo di un panorama di palme, banani e gigantesche ceibas affacciate sul mare. Cuba è una realtà socio-politica piena di problemi irrisolti e di stridenti contraddizioni taciute, colpevolmente taciute sembrerebbe, all’opinione pubblica mondiale.
Gordiano Lupi va sul territorio, studia, registra, intervista e ci racconta volti e storie, scomode verità e malcelati segreti, ci descrive come vive Cuba, i suoi balli, la musica, il rum, i culti santeros, la cucina criolla, ma soprattutto le restrizioni di regime e la conseguente arte dell’arrangiarsi con ogni mezzo per sopravvivere ai controsensi di un’autorità che fa finta di non vedere e non sapere, che vede e sa solo quando lo ritiene opportuno.
Cuba, per andare al sodo, è oggi un Paese in cui gli stipendi non superano i 10 dollari al mese, ma anche un posto dove una lattina di coca cola (in barba all’embargo) venduta ad ogni angolo di strada costa un dollaro.
Sostiene Lupi che i media ci rimbalzano solo i comunicati che partono dalle stanze del Comandante en jefe, uno dei pochi luoghi in cui tutto va anche troppo bene.
“Almeno il pane, Fidel” è insomma una vera e propria anti-guida, che sconfessa non solo l’immagine della Cuba meta dei cucador italiani a caccia di avventure erotico-esotiche a buon mercato, ma soprattutto le opinioni su Cuba che ci vengono propinate a mezzo stampa da giornalisti e personaggi famosi (es. Maradona).
Cuba, insomma, non è come sembra. Le oasi felici non esistono più.
Secondo quanto sostenuto in questo libro coraggioso, la gente soffre la fame, la miseria, le carenze igienico-sanitarie e, last but not least, la mancanza di libertà e democrazia.
A Cuba ci sono enormi differenze sociali dettate non dai meriti personali, ma solo dal modo in cui un cubano riesce a inserirsi nei giri più o meno legali del mercato turistico.
Tanto per fare un esempio facilmente verificabile, una jinetera (prostituta per turisti) e il suo chulo (protettore) sono due categorie privilegiate, così come accadeva ai tempi di Batista.
Secondo quanto riportato da Lupi, il governo ha reso quasi impossibile l’esercizio di ogni attività privata, le imposte sono elevate e devono essere pagate indipendentemente dal giro di clienti che il cubano ha nella sua paladar (ristorante familiare) o nella casa particular (albergo familiare).
Oltre all’imposta fissa va pagata una sostanziosa percentuale sugli incassi. Per il cubano l’unica via percorribile resta quella della illegalità e i traffici a margine degli alberghi di Stato sono rigorosamente in nero.
Secondo quanto affermato da una jinetera (prostituta per turisti) intervistata dall'autore, i cubani sono maltrattati ogni giorno.
Non possono entrare negli hotel, nei ristoranti, nelle spiagge e in tutti quei luoghi dove vanno i turisti che possiedono denaro. Sono calpestati perché poveri.
Veramente preoccupante il quadro complessivo che ne scaturisce.
L'augurio è che questo libro possa servire ad aprire un dibattito e a fare chiarezza circa la questione cubana.
Gordiano Lupi, Almeno il pane, Fidel, Stampa Alternativa, pagg. 186, Euro 10,00
Fernando Bassoli 11-10-2006