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HA-HA, DAVE KING
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La copertina trucco! SEMBRA SIA STATO UN FRANCESE, UN TAL DEZAILLER D’ARGENVILLE, AD AVER ideato un “ha-ha”, ripreso e fatto suo in seguito dall’inglese Charles Bridgeman, tanto che Sir Horace Walpole ne attribuiva la creazione direttamente a lui. In ogni modo ci pare che ci voglia una sottigliezza squisitamente straniera per inserire un “ha-ha” nel panorama di un giardino- e, a proposito, questo nome così buffo è proprio quello che sembra, un’esclamazione di sorpresa davanti a qualcosa che non ci si aspetta. Un “ha-ha” è un fossato a tranello: il prato si interrompe all’improvviso sull’orlo di questo fossato sostenuto da un muro, ma da lontano non si vede alcuna interruzione del paesaggio, perché un pendio dolce sale dall’altro lato, ingannando l’occhio e sfumando nella continua distesa verde.
    Una specie di trompe-l’oeil nell’architettura dei giardini, insomma, che all’origine serviva per tenere lontane le pecore dalle aiole. C’è un vero ha-ha nel giardino del convento in cui lavora Howie, il protagonista del romanzo dello scrittore americano Dave King, e questo ha-ha è il luogo in cui si svolgono almeno tre scene importanti. C’è una prima volta in cui Howie viene severamente ammonito dalla suora, perché non si azzardi più a spingersi con il trattore fino al colmo: è pericoloso, basterebbe un attimo, una ruota fuori, una mancanza di riflessi, una perdita di equilibrio, e Howie metterebbe a rischio la sua vita. E’ una scena preparatoria, perché questa è proprio la domanda: ma a Howie interessa vivere?
   Nel brivido di quell’attimo, nel momento in cui immagina il balzo nel vuoto, Howie rivive la tragedia che ha spezzato in due la sua vita quando, dopo solo due settimane in Vietnam, era saltato su una mina. Volerebbe in aria, proprio come allora. Howie è sopravvissuto all’incidente, ma ha sulla fronte una grossa e deturpante cicatrice ed è rimasto privo di parola. Nella seconda scena Howie non è più solo sul trattore, le sue giornate sono cambiate da quando la ragazza che lui ha amato al liceo, Sylvia, gli ha affidato il figlio di 9 anni, Ryan- e non si sa chi sia il padre di Ryan- per andare a disintossicarsi da un abuso di cocaina. E Howie vuole mostrare a Ryan il giardino, lo fa sedere davanti a lui sul trattore, gli fa provare l’ebbrezza del pericolo davanti al vuoto in cima allo ha-ha. E la suora lo licenzia.
   Ecco che lo ha-ha, luogo chiave nel libro, metafora di una cicatrice e di un vuoto, assume anche un altro valore, perché questa è la scena in bilico, la prossima volta che Howie si avvicina all’orlo dello ha-ha lo fa con un’intenzione ben chiara di suicidarsi.
   Dave King non affronta un tema nuovo nel suo romanzo, quello di un uomo ferito nel corpo e nell’anima che trova un motivo di vita nell’amicizia, o nella sensazione di poter essere di aiuto a qualcuno da cui è a sua volta aiutato.
   Quello che ci piace, in “ha-ha”, è l’equilibrio tra i personaggi- Howie la cui vita è stata distrutta (e da che cosa poi? da un gigantesco inganno) e Sylvia, che sembra volersi distruggere da sola, senza motivo apparente; fra di loro Ryan e intorno a loro le persone che abitano nella stessa casa di Howie e che finiscono per formare una famiglia allargata. Ci piace soprattutto la voce interiore narrante che appartiene a chi è rimasto senza voce e con una sensibilità acuita al massimo. Ad una persona che si sforza di dare il meglio di sé, anche se spesso suscita intorno a sé lo stesso sconcerto di uno ha-ha.

Dave King, Ha-ha, Ed. Fazi, trad. Thomas Fazi, pagg. 459, Euro 18,50

Marilia Piccone  01-11-2007

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