E’ QUANTO DI PIÙ SIMILE CI POSSA ESSERE AD UN DRAGO, IL VARANO. UN sauro, della famiglia dei rettili. Ce n’è un esemplare piccolissimo, lungo appena 20 cm., ma il più grosso può raggiungere i 3 metri. Il varano ha una caratteristica: quando è spaventato non fugge, non nasconde la testa sotto la sabbia come lo struzzo, ma il risultato è uguale, perché il varano salta sul luogo in cui si trova, ricadendo nello stesso punto, preda di altri e vittima di se stesso.
Comprendiamo allora che il titolo del romanzo di François Bizot finirà per assumere un significato metaforico, anche se il Salto del Varano è un luogo in Cambogia verso cui si dirigeranno i personaggi, una città perduta ovvero, come riflette l’ispettore francese Boni raddoppiando la metafora, “la meta verso la quale gli parve ora di aver teso tutta la vita”.
L’ambientazione de “Il salto del varano” è la Cambogia del 1970, quando il regime filoamericano di Lon Nol, giunto al potere dopo aver cacciato il principe Sihanouk, è minacciato da ribelli vietcong. E la vicenda inizia con uno stupro: il consigliere dell’ambasciata francese, Jean-Marie La Tour, violenta la giovane Khmer che è a servizio da lui, per punirla di un furto. Due azioni- la violenza e il furto- che possono essere interpretate in maniera più ampia: non è forse una violenza continua quella del colonialismo e chi è che ruba a chi, in Cambogia e ovunque l’Occidente abbia messo piede? In ogni modo, cinque mesi dopo la ragazza viene ritrovata morta nella giungla a nord di Angkor, sventrata. Vicino a lei, un vassoio con delle offerte rituali. Sarà l’ispettore francese Jérome Boni ad occuparsi dell’inchiesta, con l’aiuto di uno strambo etnologo, Rénot, di cui si dice sia afflitto dalla sindrome di Tourette.
In apparenza quello di Bizot è un romanzo di indagine poliziesca ma, come spesso accade con i libri di genere di un certo spessore- e non a caso ci vengono in mente gli “entertainments” di Graham Greene- la ricerca non è solo quella dell’assassino e l’addentrarsi nella giungla è calarsi nel buio dell’anima. Boni e Rénot sono due personaggi stranamente diversi eppure grottescamente simili, come un’unica persona spaccata a metà- l’uno severo e padrone di sé, l’altro che sembra incapace di controllarsi; Boni, fedele all’unico amore della sua vita che lo ha tradito e Rénot che è sessualmente gaudente, con una moglie Khmer adorante e un’amichetta, pure Khmer, di cui non può fare a meno; Boni, lo straniero rispettoso, e Rénot (in questo rispecchia l’autore, lui stesso etnologo e esperto di buddismo, che vive nella penisola indocinese dal 1965 e che è stato prigioniero dei Khmer rossi per tre mesi nel 1971) appassionato ricercatore che vede nell’inchiesta un’occasione per arrivare in luoghi altrimenti proibiti.
Nella zona di Angkor, dove sorgono i famosi templi, dove si dice ce ne siano altri, ancora non rivelati. A questo punto non possiamo dire altro, se non che entrano in scena gli americani, come un elefante in un negozio di porcellane, e che l’egoistico occultamento della verità da parte di un singolo porta ad una immane tragedia.
François Bizot, Il salto del varano, Ed. Ponte alle Grazie, trad. Tina D’Agostini e Monica Fiorini, pagg. 247, Euro 14,50
Marilia Piccone 01-10-2007