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SONO FIGLIA DELL'OLOCAUSTO, BERNICE EISENSTEIN
L'eredità della Shoah in una graphic novel
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figlia olocausto trucco! QUASI CI ERAVAMO DIMENTICATI DEI FIGLI DELL’OLOCAUSTO, PRESI NEL tentativo di capacitarci di come sia stato possibile un genocidio così spietatamente programmato e condotto a termine. Il nostro pensiero si concentrava sui 6 milioni di morti, sulle immagini delle montagne di cadaveri, o dei cumuli di occhiali o di scarpe o di valigie, o dei sopravvissuti, ombre in cui gli occhi divoravano il viso. Che ne era stato di loro? Negli anni qualcuno aveva parlato, qualcuno aveva trovato la forza di dare la sua testimonianza. I più hanno taciuto- per dimenticare prima, perché la memoria era insopportabile, perché nessuno voleva ascoltare quelle storie dell’orrore, perché- semplicemente- non c’erano parole per dirlo. E i figli di costoro- che cosa hanno saputo dell’esperienza di vita dei genitori? Come sono riusciti questi a trovare il coraggio di ricreare la vita in un mondo che aveva dimostrato di non dare valore all’esistenza? Come hanno fatto a mantenere le sorgenti dell’amore nel mezzo dell’odio?
“Sono figlia dell’Olocausto”, il romanzo illustrato a disegni (o graphic novel che dir si voglia) di Bernice Eisenstein, risponde a queste domande. “Sono persa nella memoria”- sono le parole nel palloncino della donna bambina raffigurata all’inizio del libro, e il percorso tortuoso della memoria incomincia da un anello, la fede matrimoniale che portava suo padre. Era appartenuta a qualcuno che si era sposato nel 1914- c’era la data incisa all’interno- e che era morto ad Auschwitz. Sua madre l’aveva trovata in un cappotto nella baracca chiamata “Canada” in cui lavorava a smistare gli indumenti dei morti. L’aveva nascosta in una scarpa e- come è strano il destino- l’anello era arrivato con loro due, Regina e Ben, nel vero Canada dell’abbondanza, nel 1948.
   Bernice Eisenstein indica l’anno del processo a Eichmann, il 1961, come l’inizio della consapevolezza. Prima di allora era un sapere-non sapere: i numeri bluastri tatuati sulle braccia, la voragine del passato che aveva inghiottito i genitori e la sorella del padre, quel fare gruppo a sé, come un cerchio di difesa, con i membri della famiglia e con gli amici con cui bastava una parola per intendersi, un’occhiata o un calice alzato con le parole tradizionali, “le-chaim”, per sapere che valore avesse la vita a cui brindavano. E lo yiddish che tutti usavano, la lingua che era per tutti loro la patria che non avevano più- se mai l’avevano avuta- , la lingua che “definisce il mondo da cui provengo”, scrive la Eisenstein.
   Mentre ci racconta la storia della sua famiglia, del ghetto in Polonia e della deportazione, di come quasi per miracolo parte della famiglia dei suoi genitori fosse riuscita a restare insieme, Bernice Eisenstein ci parla anche della tentazione di sfruttare l’Olocausto come arma della pietà, come una medaglia al valore. Ma ci dice anche degli anni canadesi dei genitori, della passione sfrenata per il poker del padre, della dignità con cui la madre aveva risposto alle domande di un’intervista, delle vacanze al mare e in montagna con gli amici.
   La vita degli Eisenstein si srotola come in una serie di bozzetti, il racconto pervaso di umorismo perfetto per la rappresentazione grafica, il tratto della matita è morbido e sinuoso, le figure comunicano l’idea del movimento, i visi sono espressivi. E poi i disegni della Eisenstein sono sostenuti da una cultura pittorica che ne arricchisce il significato- Chagall e Matisse e Van Gogh occhieggiano sulle sue pagine. Non guasta neppure il richiamo al fumetto classico nella straordinaria figura del padre vestito da cowboy sotto l’arco tristemente famoso di Auschwitz, pistolero che libera i prigionieri.

Bernice Eisenstein, Sono figlia dell’Olocausto, Ed. Guanda, trad. Alba Bariffi, pagg. 191, Euro 17,00

Marilia Piccone  28-11-2007

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