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IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE, MOHSIN HAMID
Dopo l'11 settembre
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La copertina trucco! “CHIEDO SCUSA, SIGNORE, POSSO ESSERLE D’AIUTO?”- INIZIA COSÌ “IL FONDAMENTALISTA riluttante”, il nuovo romanzo dello scrittore pakistano Mohsin Hamid che ha vinto il Betty Trask Award con il precedente “Nero Pakistan” (pubblicato da Piemme nel 2002). Una domanda per rompere il ghiaccio, per immobilizzare all’ascolto lo sconosciuto americano incontrato per caso (ma è veramente un incontro casuale? Al lettore decidere dopo aver interpretato il finale) nella zona del vecchio bazar di Lahore.
   Il romanzo procede come un lungo monologo, frammentato da domande che lasciano supporre osservazioni da parte dell’interlocutore, un espediente simile a quello di una delle poesie più note di Robert Browning, “My last Duchess” (“Volete sedervi e guardarla?”, chiede il duca davanti al ritratto della moglie che ha fatto uccidere, prima di procedere a spiegarne il perché). Il venticinquenne Changez è ossequioso e gentile- fin troppo. Che cosa allarma l’americano, oltre alla barba scura che lo rende sospetto?
   Forse il fatto che lo abbia immediatamente identificato, forse il riferimento lievemente ostile al suo contegno da americano, l’occhio attento, il rilevare un rigonfiamento sotto la giacca (è armato l’americano?), l’osservare con quale regolarità squilli il suo cellulare (una forma di controllo?). E comunque Changez cerca di mettere a suo agio l’ascoltatore involontario ed inizia a raccontargli della sua esperienza americana, con molti dettagli, come aveva fatto il duca nella poesia di Browning- un lungo preambolo necessario per spiegare se stesso e il suo atteggiamento.
   Era stato esaltante, per un diciottenne cresciuto in Pakistan, studiare in America. Altrettanto esaltante primeggiare anche nel posto di lavoro, senza farsi domande etiche sui risvolti del suo operato: ci si può aspettare altro da un ragazzo di ventidue anni? Fino all’11 settembre, quando “vidi crollare prima una poi l’altra delle torri gemelle del World Trade Center di New York. E allora sorrisi.” Changez era cambiato con l’11 settembre, o forse non era cambiato ma erano venuti in superficie pensieri che già erano dentro di lui- una certa qual soddisfazione nel vedere gli Stati Uniti messi in ginocchio, la loro supponenza e il loro orgoglio frantumati. Ma erano cambiati anche gli altri nei confronti di Changez.
   Non importava che vivesse in America da quattro anni, che parlasse un inglese perfetto, che fosse e avesse l’aspetto di un distinto professionista: la pelle scura, i suoi occhi, i lineamenti, la barba quando se l’era lasciata crescere, lo rendevano immediatamente un individuo sospetto, un possibile nemico, un probabile terrorista. Il meccanismo è innestato: non c’è niente che aiuti a vedersi con chiarezza come il vedersi attraverso gli occhi degli altri.
   E, quando il direttore della casa editrice di Valparaiso che Changez è stato inviato a valutare lo paragona ad un giannizzero, ormai Changez è pronto a riconoscere che è vero, che il successo da lui riportato non è suo, che lui non è altro che un servitore dell’impero americano e che, lavorando negli Stati Uniti, viene meno alla lealtà verso il suo paese, aiutando a consolidare il sistema.
   Anche nel romanzo precedente, “Nero Pakistan”, nella storia dei due giovani di cui uno aveva studiato in America, affiorava il tema dei valori occidentali che finiscono per corrompere chi li assume; qui l’argomento diventa più complesso pur nella sua linearità. Perché c’è una data che è diventata una pietra miliare, a partire dalla quale è impossibile non vedere dove porti la politica americana, dove l’economia- o il modo di gestire l’economia di stampo prettamente americano- abbia condotto l’Occidente. E il personaggio di Changez tira, per così dire, una tenda, come fa il duca di Browning per mostrare il ritratto, e ci svela quello che noi sappiamo esserci dietro, anche se non abbiamo voglia o coraggio per guardare.

Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante, Ed. Einaudi, trad. Norman Gobetti, pagg. 134, Euro 14,00

Marilia Piccone  06-11-2007

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