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ABBIAMO FATTO L’ABITUDINE AI TITOLI CHE A SCADENZA PERIODICA campeggiano in prima pagina sul giornale rivelando un nuovo sbarco di immigrati. Anzi, i clandestini non fanno più notizia e spesso non sono neppure più in prima pagina, a meno che non sia avvenuto qualcosa di drammatico e, ad ogni modo, la nostra reazione è di insofferenza e di fastidio. E di un malcelato timore. Nelle foto sgranate vediamo la pelle scura dei volti, possiamo quasi annusare la miseria e la disperazione, sappiamo di non avere strutture adeguate per l’accoglienza e oscuramente ci chiediamo dove andranno a finire, che cosa faranno o che cosa saranno costretti a fare per sopravvivere. Non è questo che lo scrittore francese Laurent Gaudé si domanda nel romanzo “Eldorado”, piuttosto che cosa c’è dietro quegli occhi di notte, non è il futuro degli immigrati che gli interessa, ma il loro passato. Una domanda che anche il suo personaggio principale, il guardacoste Salvatore Piracci, non si è mai posto fino al giorno in cui viene avvicinato da una donna di colore, a Catania. La donna vuole una pistola, tornerà in Libano, ucciderà l’uomo che organizza le partenze e si prende i loro soldi: lei ha pagato 4500 dollari, 1500 erano per il bambino che è morto dopo che gli scafisti hanno abbandonato la nave, lasciandola andare alla deriva con il suo carico umano. Nel momento che Salvatore Piracci cede alla sua richiesta, qualcosa inizia a cambiare dentro di lui, o forse non è neppure un cambiamento. E’ un fermarsi a riflettere, su quale sia lo scopo del suo lavoro, quanto abbia a che fare con la vita e con la morte: qual è il senso di salvare degli uomini per avviarli, dove? Nei campi di raccolta, e poi? Rispedirli indietro, verso cosa? Ecco, che cosa si sono lasciati alle spalle, di così tremendo da fargli preferire l’ignoto che include la possibile morte? Nella scuola di addestramento a Piracci era stato detto e ripetuto che loro, i guardacoste, sono il baluardo d’Europa. Piracci non è più sicuro di voler difendere questa Europa dagli assalti, le sue certezze si sgretolano dopo un altro incontro, con l’uomo che fa da interprete ad un nuovo carico di disperati. Solo due delle cinque imbarcazioni sono state salvate- e gli uomini che erano sulle altre? Mangime per i pesci. L’interprete che parla inglese ha l’aria di un uomo colto, se fosse nato sotto altri cieli potrebbe essere al posto suo, di Salvatore Piracci. Se lo ritrova nella cabina, che lo prega di nasconderlo, in una scena che ricorda da vicino quella de “Il compagno segreto” di Conrad. Piracci si pentirà di non avere acconsentito e si vergognerà ancora di più del tardivo ripensamento. Gaudé non offre soluzioni al problema pressante di un’immigrazione che assomiglia ad un’invasione, il suo intento è di capire, pur in una maniera piuttosto sentimentale. Il suo stile è asciutto, anche se meno incisivo e senza la potente risonanza di quello del suo primo romanzo, “La morte di Re Tsongor”, procede alternando scene e personaggi diversi, al di là e al di qua del Mediterraneo, per punti e contrappunti, con incontri che vanno interpretati attraverso lo scambio di un oggetto simbolico, situazioni che si ripetono quasi uguali ma nello stesso tempo diametralmente opposte. Che fanno riflettere. Chi tiene le fila di tutto in mano? Perché gli uomini sono solo dei burattini e quello che è peggio è che non sanno ancora che continueranno ad esserlo, nel caso che riescano a raggiungere l’Eldorado, la terra d’oro che riserberà loro amare sorprese.
Laurent Gaudé, Eldorado, Ed. Neri Pozza, trad. Riccardo Fedriga, pagg. 206, Euro 15,00
Marilia Piccone 06-11-2007
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