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COME IN UN GIOCO DI SPECCHI, COME NEL FAMOSO QUADRO DEGLI SPOSI Arnolfini di Van Eyck, c’è una partita di scacchi che si gioca all’infinito nel romanzo “Zugzwang - Mossa obbligata” dello scrittore irlandese Ronan Bennett. E si amplia pure a dismisura la metafora del gioco scacchistico, non solo rappresentazione della vita del singolo nella necessità di scegliere in un confronto continuo tra bene e male, con la morte come ultima sfidante, ma anche della Storia, quella che si gioca sulla scacchiera gigantesca degli Stati. Per chi non è familiare con la terminologia scacchistica, Zugzwang significa obbligato a muovere e si riferisce alla situazione in cui, qualsiasi mossa faccia, il giocatore è costretto a subire lo scacco matto oppure una perdita. Alla fine del romanzo di Bennett sarà chiaro chi, nel luogo e nel momento storico in cui è ambientata la vicenda, si trova in posizione di Zugzwang, perché i fermenti che serpeggiano a San Pietroburgo nel marzo 1914 sono come un ribollire di acque sotto il ghiaccio dei canali che tagliano la città, un indizio di inquietudine, una traccia che porta alla rivoluzione del febbraio 1917. Se tuttavia riduciamo la messa a fuoco del nostro obiettivo di osservazione, la partita di scacchi che si gioca in primo piano nel romanzo è quella tra lo psicanalista Otto Spethmann, ebreo che ha dimenticato di esserlo, vedovo fedele alla memoria della moglie ma attratto dalla sensuale Anna, padre dell’adolescente Catherine che lui crede essere ancora una bambina, e l’amico Kopelzon. Questi è un musicista famoso, pure lui ebreo di origine polacca ma, a differenza di Spethmann, è sensibile alla discriminazione che viene esercitata verso gli ebrei, preoccupato dalla possibilità di nuovi pogrom, partecipe della miseria degli shtetl in cui i suoi correligionari vivono come in dei ghetti. O almeno, questo è quello che vuole far credere a Spethmann, quando insiste perché prenda in cura lo scacchista Rozental e cerchi di metterlo in grado di giocare e di vincere al prossimo torneo. Sarebbe un onore straordinario se un ebreuccio come Rozental, che ha solo questa eccezionale genialità di giocatore monomaniacale, fosse presentato allo zar. Questo è il momento a cui tende tutta la vicenda- trovarsi davanti allo zar. E, per quello che riguarda la trama, quando appare in scena un individuo molto somigliante a Rozental, iniziamo a capire quale altra partita si stia giocando, oltre a quella Spethmann-Kopelzon che viene continuamente aggiornata e illustrata graficamente, oltre a quella simulata da Rozental, oltre a quella del torneo ufficiale che vede Rozental perdere ignominiosamente. Più difficile capire chi diriga il gioco e di che colore siano pedoni, torri, re e regine. Intorno ai protagonisti- la storia è raccontata in prima persona dal dottor Spethmann- si muove una folla di personaggi secondari, l’ambiguo ispettore Lycev, cupi e massicci membri dell’Ochrana, la polizia segreta zarista, la figlia di Spethmann che simpatizza con i rivoluzionari all’insaputa del padre. E infine Anna, infelicemente maritata come l’eroina di Tolstoj, che diventa l’amante di Spethmann e che alla fine viene fatta scendere da un treno per essere restituita al potente padre che non è certo un semplice pedone della gigantesca scacchiera. La partita finisce in Zugzwang: può la Storia essere fermata?
Ronan Bennett, Zugzwang - Mossa obbligata, Ed. Ponte alle Grazie, trad. Silvia Piraccini, pagg. 287, Euro 15,00
Marilia Piccone 25-10-2007
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