SPOSTATE INDIETRO LE LANCETTE DELL’OROLOGIO DEL TEMPO, PRIMA DI INIZIARE a leggere “Nel ventre del Budda” dello scrittore ungherese Jenő Rejtő che ci arriva ora nella traduzione di Armando Nuzzo, ma che è stato pubblicato per la prima volta nel 1939. Perché è un libro che va gustato come i film in bianco e nero di un tempo, con la trama lieve, movimentata e divertente, personaggi che non hanno un grande spessore ma con battute a volte indimenticabili- senza le tecniche, o le trovate stilistiche sofisticate dei nostri smaliziati tempi moderni che accusano spesso una stanchezza da noia.
La vicenda prende l’avvio dalla morte di un ergastolano e si riassume in un paio di frasi: l’uomo lascia tutto quello che ha a Evelyn, figlia di un vecchio amico che ha sostituito il padre nelle visite che questi gli faceva regolarmente in carcere. Il carcerato è incredibilmente ricco, ma…c’è un “ma”. La sua è una ricchezza ipotetica: a Evelyn trovare la statuetta del Budda in cui l’uomo ha nascosto un prezioso brillante. E qui inizia l’avventura, anzi, iniziano le rocambolesche avventure di Evelyn, bionda e avvenente oltre che deliziosamente ingenua (vera o finta?) e sventatamente sprezzante del pericolo.
L’autore di “Nel ventre del Budda” è ungherese (nato nel 1905 e morto nel 1943) eppure non c’è proprio nulla di ungherese nel suo romanzo- né l’ambientazione né i personaggi né la tradizione letteraria che lo influenza. Le vicende di Evelyn incominciano a Londra e, se non fosse per il fatto che non troviamo alcuna precisa descrizione di luoghi, potremmo pensare che lo scrittore fosse inglese, tante sono le allusioni scoperte ai romanzi di Dickens, o alle commedie di Oscar Wilde. Il carcerato è internato nelle prigioni di Dartmoor ed è inevitabile pensare a quel capolavoro di Dickens che in passato veniva tradotto con il titolo “Il forzato” ed ora, più correttamente, “Grandi speranze”.
Nella trama del tutto diversa di Dickens c’era tuttavia un carcerato che lasciava la sua eredità al giovane Pip che lo aveva aiutato- è un segno dei tempi che cambiano che Evelyn non abbia scrupoli morali nell’accettare la ricchezza di un uomo che è stato condannato al carcere a vita. Anche se la storia di come questi sia venuto in lecito possesso del grosso brillante è a suo favore ed è un breve romanzo dentro il romanzo.
Pure la descrizione del secondo carcerato, quello che si mette ad inseguire Evelyn per impossessarsi del Budda prima di lei, ci ricorda la famosa capacità dickensiana di caratterizzare i personaggi, per cui il cattivo si rivela come tale fin dall’aspetto e resterà malvagio fino alla fine.
Dal romanzo ottocentesco “Nel ventre di Budda” trae alcune situazioni o sentimenti, come i titoli ereditati da rami collaterali della famiglia o il senso dell’onore che sigilla il destino dell’individuo, mentre dalla commedia prende le spassose scene di fughe in vestaglia, la donna che si rifugia nella stanza dell’uomo con i conseguenti fraintendimenti, gli scambi di oggetti che sono tipici del gioco di equivoci e fonte di divertimento. In aggiunta, alcune perle di aforismi stile Oscar Wilde, come quello che chiude questo divertissement che ci ha trascinato dall’Inghilterra alle sabbie del deserto, “La nostra vita è come un gilé estivo: corto e senza scopo.” Vale la pena di leggere tutto il libro, per arrivare ad una frase così.
Jenő Rejtő, Nel ventre del Budda, Ed. Anfora, trad. Armando Nuzzo, pagg. 165, Euro 10,00
Marilia Piccone 22-11-2007