QUANDO FU ANNUNCIATO CHE LA LITUANIA SAREBBE STATA L’OSPITE D’ONORE nell’edizione 2007 della Fiera del Libro di Torino, ci siamo domandati chi mai fossero gli scrittori lituani e quale casa editrice italiana avesse mai pubblicato o pubblicasse traduzioni di libri lituani. Ecco una risposta: la Giuntina ci ha dato questo breve libro bellissimo- romanzo, libro della memoria, un pezzo di storia, testimonianza, un insegnamento di vita. Ne è l’autore Icchokas Meras, nato in una famiglia ebraica a Kelmé, rinchiuso nel ghetto di Vilnius dove morirono i suoi genitori ed emigrato in Israele nel 1972.
“Scacco perpetuo” inizia con una partita di scacchi giocata dall’ufficiale tedesco Schoger, sorvegliante del ghetto, e il giovane Izia. Finirà pure con un’ennesima partita di scacchi perché, come dice Schoger, “Nel mondo tutto è una lotteria. Gli scacchi sono una lotteria, il mondo è una lotteria, e anche la tua vita è una lotteria.”
E allora il gioco degli scacchi- come altrove, in romanzi e film- diventa una metafora della vita, eterna partita per posticipare il più possibile il termine finale, per sfruttare al massimo ogni mossa. Mentre i due muovono i pezzi, prosegue sullo sfondo l’attività del ghetto, c’è la possibilità di pensare e di ricordare. Come se fossero una serie di flash prima che tutto si concluda. E allora è come se le pedine del re e della regina fossero Izia e Ester, la ragazza con i capelli di lino che lui ama sin da quando sono bambini, e tutti gli altri pezzi sulla scacchiera fossero i fratelli e le sorelle di Izia, eliminati uno dopo l’altro dall’avversario.
Ogni volta che Abraham Lipman, il padre di Izia, pronuncia in tono ieratico quella frase colma di echi della Bibbia, “ho generato una figlia, Rachel…un figlio, Kasriel…una figlia, Riva…”, sappiamo che leggeremo una storia di coraggio che terminerà nella morte, storie di resistenza al nemico, di gravidanze forzate come esperimento, di armi portate di nascosto dentro il ghetto. Fino alla più dolorosamente straziante, “ho generato una bambina, Teibele…”, perché a nulla era servito affidare la piccola ad una famiglia cristiana: erano stati impiccati sia i genitori adottivi sia la bambina.
Eppure, e qui è la forza di Izia che continua ad accettare la sfida del tedesco, è possibile continuare a vivere nonostante tutto. Si può sognare la felicità e l’amore anche rinchiusi nel ghetto, e questa volta è il Cantico dei Cantici che affiora nelle parole di Izia per Ester.
Quando il tempo è scaduto e avvertiamo che il destino del ghetto è segnato, è il momento dell’ultima partita, quella in cui la malvagia sottigliezza di Schoger si scontra con la grandiosità morale del giovane Izia. Il giorno seguente saranno portati via i bambini del ghetto: se Izia vince, i bambini saranno salvi e lui morirà; se perde, sarà lui a vivere e i bambini a morire. E se invece Izia riuscisse a fare patta, che è più difficile ancora che vincere? Schoger promette che, in tal caso, tutti avranno la vita assicurata- ma poi si rimangia la parola.
E Izia “capì che una sola mossa era quella buona”. La mossa che gli assicura la dignità, lo scacco matto vincente che significa, sì, la sua morte, ma quale indicibile vittoria su un nemico che credeva di averlo in pugno, che voleva umiliarlo a supplicare per la vita.
Un libro che riesce ad essere poetico e con soffi di leggerezza nonostante la tragicità, una lezione di vita straordinaria.
Icchokas Meras, Scacco perpetuo, Ed. Giuntina, trad. Ausra Povilaviciute e Vanna Vogelmann, pagg. 178, Euro 14,00
Marilia Piccone 21-09-2007