ALLA FINE DEL SUO ROMANZO “TRE BELLE CUBANE”, LO SCRITTORE MESSICANO Gonzalo Celorio dice che un danzòn gliene ha regalato il titolo e di conseguenza, “come potevo non scrivere ciò che nel nome stesso era racchiuso?”
Si spiega così, con la necessità di mantenere viva la memoria, un libro che è essenzialmente su Cuba ma è opera di uno dei più importanti scrittori messicani, insegnante di letteratura iberoamericana all’università di Città del Messico. Perché Gonzalo Celorio è figlio di padre messicano e madre cubana, una delle tre belle cubane del titolo, Rosita, Virginia e Ana Marìa.
Come tutte le saghe famigliari, anche “Tre belle cubane” prende l’avvio da lontano, con il matrimonio dei nonni dello scrittore in una Cuba di fine ottocento e primi del ‘900 in cui i Miliàn facevano ancora parte della ricca aristocrazia locale e L’Avana era una città bellissima, con le sue case dalle eleganti facciate- bella quanto il suo mare e il suo cielo di un blu incredibile.
La narrativa di Celorio procede a capitoli alterni in cui una voce narrante si rivolge allo scrittore, dandogli del “tu”, per raccontargli della sua famiglia, seguiti da quelli in cui è lo stesso Celorio a parlare della sua esperienza a Cuba, come giovane affascinato da una coraggiosa rivoluzione e poi consapevole dei fallimenti di questa, come scrittore in cerca dei suoi maestri, come figlio sulle tracce di sua madre. E sul finire del romanzo alcuni capitoli sono intitolati “La parentesi” ed è Rosita a prendere la parola, l’ultima delle tre belle cubane rimaste in vita, ormai anziana e in un ricovero di Miami.
Perché la famiglia delle tre donne riassume in sé le posizioni diverse nei confronti del castrismo- Virginia, la madre di Celorio, si allontana dall’isola al seguito del marito: avranno dodici figli e vivranno in tre paesi diversi; Ana Marìa abbraccia la causa della Rivoluzione, ci crederà fino alla fine accettando il cambiamento di posizione sociale e le ristrettezze a cui non era abituata; Rosita emigra negli Stati Uniti appena può e terminerà la sua vita nella solitudine di un ospizio.
Nella saga di una famiglia così numerosa è naturale che i capitoli di storia privata siano fitti di dettagli e di eventi, di matrimoni e di morti (tristissime le pagine in cui si ricorda la morte della sorella di Gonzalo che aveva sposato il cugino Juanito; colme di tenero affetto e riconoscenza quelle in cui si parla della madre Virginia). Di tono interamente diverso- più lento, più precisamente dettagliato e a volte lievemente didattico- sono i capitoli di Gonzalo Celorio a Cuba, dove si recò per la prima volta nel 1974, quando aveva ventisei anni. Sempre interessantissimi, però, fin dalla reazione immediata, di entusiasmo giovanile davanti a quello che viene avvertito come un privilegio, il trovarsi nel paese che “aveva avuto abbastanza palle da mandare gli yankee a dare via il culo”.
Sopravviene poi la consapevolezza dei limiti del regime di Castro, si insinuano dubbi sulla contraddizione tra mezzi e fini, tra libertà collettiva e libertà individuale, tra bene comune e diritto alla differenza. E tuttavia, quando, in un ennesimo viaggio a Cuba, Celorio è accompagnato dai figli, lo scrittore resta deluso dagli occhi con cui questi guardano la realtà: “avevo pensato che avrebbero guardato in faccia l’utopia. Si rivelò utopisitico averlo pensato”.
Gonzalo Celorio, Tre belle cubane, Ed. Neri Pozza, trad. Silvia Sichel, pagg. 368, Euro 18,00
Marilia Piccone 28-09-2007