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IL CODICE DI NEWTON, REBECCA STOTT
Doppio thriller a Cambridge
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codice newton trucco! A VOLTE, LEGGENDO I TITOLI DEI ROMANZI, CI VIENE DA PENSARE CHE GLI scrittori si siano messi d’accordo per mettere in un sacchetto dei foglietti con i nomi di personaggi famosi del mondo della cultura, per poi pescarne uno a caso, proprio come nel gioco della tombola, e intrecciare su di questo la trama di un libro. E poi invece ci accorgiamo che quella del personaggio- sia esso Leonardo o Dante o Poe o Freud o Shakespeare- non è una scelta casuale, ma in qualche modo relazionata agli studi e agli interessi dello scrittore. Non ci pare più strano, dunque, che Rebecca Stott, insegnante di Storia della Scienza all’Anglia Ruskin University, abbia posto il filosofo scienziato del ‘600 Isaac Newton al centro del suo romanzo “Il codice di Newton” (ma il titolo originale “Ghostwalk” è molto più bello e allusivo).
   C’è una doppia trama in realtà ne “Il codice di Newton”, giocata intelligentemente sulla teoria quantistica del ‘coinvolgimento’, per cui non solo le particelle di luce o di energia possono diventare coinvolte, ma anche il tempo può diventarlo: momenti diversi di tempo possono intrecciarsi attraverso lo spazio. Trecento anni fa il geniale Newton aveva ottenuto una cattedra a Cambridge- soltanto per merito suo? Come mai la strada verso la cattedra si era sgomberata dei possibili rivali?
   Un po’ troppe persone insigni erano morte precipitando dalle scale…E adesso Elisabeth Vogelsang, che sta scrivendo una biografia di Newton con il titolo “L’alchimista”, perché esplora i legami dello scienziato con i circoli alchemici dell’epoca, viene trovata morta. Nel fiume, come Ofelia, e però non ci sono fiori nelle sue mani bensì un prisma- quello con cui Newton aveva fatto i suoi esperimenti sullo spettro di luce, dimostrando che i colori sono le componenti della luce che il prisma separa.
   E Elisabeth Vogelsang indossa un cappotto rosso, dettaglio non da poco in una trama che elabora i temi scientifici delle ricerche di Newton allacciandoli tuttavia a suggestioni fantastiche da romanzo gotico- luci come danzanti sull’acqua nello studio di Elizabeth, oggetti che scompaiono, una figura che appare nei momenti e nei luoghi più impensati, con i capelli bianchi e una toga rossa come quella che indossavano i professori emeriti del ‘600.
   Non c’è solo questo (e già sarebbe molto e molto intrigante) nel romanzo di Rebecca Stott, perché il figlio di Elizabeth Vogelsang, Cameron Brown, scienziato e ricercatore, incarica Lydia Brooke di essere la ghostwriter (e di proposito usiamo la parola inglese) di sua madre, terminando il libro su Newton che questa stava scrivendo. Che ci sia un nesso tra il lavoro di Cameron Brown e le uccisioni di animali eseguite come secondo un rito, pare chiaro. Sarebbero la protesta di un gruppo animalista che protesta contro gli esperimenti fatti su animali. Ma c’è un legame anche con la morte della madre di Cameron?
   Il pregio de “Il codice di Newton” è quello di essere un romanzo colto e intelligente che sa alleggerire la trama infiltrando nella narrazione elementi diversi- un pizzico di ultraterreno, con sedute spiritistiche e fantasmi di memoria jamesiana, una storia d’amore abbastanza tormentata da impedirle di scadere nello zuccheroso, una splendida raffigurazione di Cambridge con le mura dei vecchi college, i prati verdeggianti e il mormorio del Cam, ed uno stile e un linguaggio eleganti e raffinati.

Rebecca Stott, Il codice di Newton, Ed. Piemme, trad. Maria Clara Pasetti, pagg. 339, Euro 17,90

Marilia Piccone  08-01-2008

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