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SI SVOLGE IN NOVE MESI IL ROMANZO “I GIORNI DELL’AMORE E DELLA GUERRA” di Tahmima Anam. Nove mesi per la nascita di uno stato, giusto il tempo che impiega un bambino a crescere nel grembo materno per venire alla luce. Nove mesi da marzo a dicembre 1971 per affermare l’indipendenza del Bangladesh, quel piccolo stato che si affaccia sul golfo del Bengala e che, dopo la Partizione, era rimasto assurdamente legato al Pakistan. “Che senso aveva un paese diviso in due metà situate ai capi opposti dell’India, come un paio di corna?”, riflette Rehana, la protagonista del romanzo. Con neppure la lingua ad unire Pakistan occidentale e Pakistan orientale- urdu ad ovest e bengali ad est. Nove mesi che, come un numero magico altamente simbolico, imprestano il loro tempo per intrecciare la storia di una madre e dei suoi figli con quella di un paese. Caro marito, oggi ho perso i nostri figli, sono le parole che danno l’avvio alla vicenda: non è l’inizio di una lettera, non è una conversazione, piuttosto uno sfogo in cerca di conforto, la volontà di non interrompere un legame, il racconto mai interrotto che Rehana fa al marito, quando va a pregare sulla sua tomba al cimitero. E’ il 1959, Rehana è rimasta vedova e il giudice ha assegnato i figli al cognato, il fratello del marito che vive a Lahore. Una separazione vissuta come una sconfitta, un dolore lacerante che non ha uguali, una perdita insopportabile. Il capitolo seguente balza al 1971, all’inizio dei giorni cruciali della guerra, e sapremo a poco a poco che cosa ha dovuto affrontare Rehana per riottenere la custodia di Sohail e di Maya, per riportarli a Dacca. Comprenderemo pure che Rehana sa per certo una sola cosa: che nessuno le prenderà mai più i suoi figli, che lei è disposta a tutto per loro, ad andare all’inferno e ritorno. Solo per loro. La giovane Tahmima Anam riesce ad accostare immagini diverse, la cucina- regno tradizionale delle donne- e la prigione da cui escono urla di dolore, il chiacchiericcio femminile e il silenzio dei profughi che non hanno parole per raccontare. Riesce ad armonizzare le due storie, la piccola storia privata che si inserisce nella grande Storia con i due figli di Rehana che si uniscono ai guerriglieri e trascinano la madre nella ribellione. La dolce Rehana che non ha esitazioni a scegliere il Bangladesh perché è il paese dei figli, lei che ha le sorelle che vivono a Karachi e che parla un urdu perfetto. E che adesso ricava coperte dai sari, acconsente a che vengano sotterrate armi sotto le rose del giardino, a nascondere un maggiore gravemente ferito nella casa vicino alla sua, la casa del segreto che le ha permesso di riscattare i suoi figli. L’esercito pakistano semina morte nelle strade di Dacca, brutalizza i prigionieri, forza la popolazione indù ad un’emigrazione forzata. Rehana protegge con il silenzio gli spostamenti dei figli, cucina senza sosta come da sempre fanno le donne, ma accudisce anche al maggiore ferito, trova il coraggio per tirare fuori di prigione il marito della ragazza amata da Sohail. Si innamora anche lei- anche Rehana diventa indipendente insieme al Bangladesh. Si rende conto che forse l’amore per il marito non era così perfetto, che forse, senza osare dirselo, aveva tirato un lieve sospiro di sollievo quando era morto. Un bellissimo personaggio, quello di Rehana. Così semplice e così complesso. Così perfetto nella sua imperfezione. Così ricco di sentimenti e di sfumature. Come questo romanzo su cui aleggiano i versi di Tagore, Amar Shonar Bangla, Mio Bengala dorato, quanto ti amo.
Tahmima Anam, I giorni dell’amore e della guerra, Ed. Garzanti, trad. Barbara Bagliano, pagg. 330, Euro 18,60
Marilia Piccone 12-03-2008
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