E’ BREVE, COME TUTTI I ROMANZI PREGNI DI SIGNIFICATO, “L’OFFESA” DELLO scrittore spagnolo Ricardo Menéndez Salmón. Diviso in tre parti come fossero tre atti di una tragedia, “La belva bionda” in cui qualcosa di tremendo accade, seguito dall’intermezzo di “Un’educazione sentimentale” per concludersi con “Questa lacrima contiene un mondo”- la fine attesa per cinque anni che stanno in poco più di un centinaio di pagine.
Ci sono un paio di indizi iniziali a che non sia un semplice romanzo quello che ci accingiamo a leggere, che contenga dei significati più profondi sotto le parole semplici. Il protagonista Kurt Crüwell festeggia il compleanno il primo di settembre e compie 24 anni nel 1939, proprio il giorno in cui l’esercito tedesco invade la Polonia. Kurt sogna di sposarsi e di seguire la tradizione famigliare prendendo le redini di una rinomata sartoria a Bielefeld, e invece riceve il telegramma di chiamata alle armi. Amore e vita tranquilla contro guerra e mobilitazione immediata, lui che di mestiere fa il sarto e adesso indosserà una divisa uguale a tutti gli altri soldati, lui che lavorava per rivestire i corpi e dovrà confrontarsi con la nudità livellatrice della morte.
E, tutto sommato, la guerra non è poi così brutta, dapprima. Ogni tanto sembra quasi una scampagnata. Finché. Finché dei tedeschi della compagnia di Kurt rimangono vittime di un attentato dei partigiani francesi e l’Hauptsturmführer Löwitsch ordina una di quelle rappresaglie per cui i tedeschi sono rimasti tristemente famosi: il 2 gennaio 1941 novantun civili vengono arsi vivi nella chiesa di Mieux, in Bretagna.
Come reagisce un uomo che sia un uomo, cioè un essere umano, davanti ad un’impresa del genere? In quale maniera può dissociarsi da quanto avviene, da quanto è, in qualche modo, collegato pure a lui che fa parte di quell’esercito? Kurt Crüwell sviene, come a dire che si distacca dal suo corpo che è lì, presente alle fiamme e alle grida e alle morti. Quando torna in sé è afflitto da una strana sindrome: ha perso ogni sensibilità. Il che significa che non prova né dolore né piacere, né freddo, né caldo. Come fosse un morto in vita.
L’unica maniera per coesistere con il ricordo. E allora l’intermezzo- il ricovero di Kurt in un ospedale bretone in riva al mare dove incontra l’infermiera Ermelinde- diventa un’educazione sentimentale lievemente asettica, un tentativo di recupero dell’amore, della musica, della vita.
Resta il terzo atto della tragedia di cui possiamo indovinare la fine, visto che di tragedia si tratta. Dopo che la guerra ha raggiunto nuovamente Kurt, dopo la fuga in Inghilterra, dopo il lavoro trovato (in tempo di pace) in un cimitero ( e dove sennò?)- perché il passato non si cancella mai.
“L’offesa” è un romanzo che si legge di un fiato e su cui si indugia poi a riflettere. E se, come spesso avviene quando un libro si basa su una metafora, il personaggio di Kurt non sembra fatto di carne e di sangue e il lettore stenta a provare simpatia per lui, tuttavia i quesiti che ci vengono posti attraverso di lui ci colpiscono dritti al cuore: hanno ugual peso il Male attivo e il Male passivo? È possibile al singolo opporsi? E qual è la maniera più efficace?
Ricardo Menéndez Salmón, L’offesa, Ed. Marcos y Marcos, trad. Claudia Tarolo, pagg. 152, Euro 13,50
Marilia Piccone 23-02-2008