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QUELLI CHE CI SALVARONO, JENNA BLUM
La panettiera e il nazista
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quelli che ci salvarono trucco! CHI PUÒ DIRE DI NON AVERE CICATRICI LASCIATE DAL PASSATO? PIÙ O MENO profonde, più o meno rimarginate, di ferite che hanno sanguinato e di cui spesso non si vuole parlare. E, se c’è anche un senso di colpa, è come se il silenzio fosse la punizione per quello che si è fatto, la porta chiusa sull’anima, l’indicibile che non trova parole. E’ di questo che parla il romanzo di Jenna Blum, “Quelli che ci salvarono”- ma nel titolo originale il tempo del verbo è al presente, Those Who Save Us, il presente storico di una vicenda che può accadere nuovamente.
    Nel 1939 Anna Brandt viveva a Weimar, in Germania. Aveva diciotto anni e il 1939 non era un anno bello per avere diciotto anni- nel settembre sarebbe iniziata la guerra, le leggi razziali erano state già promulgate e l’amore di Anna per il medico ebreo Max era non solo proibito, era fuori legge, un crimine per la razza ariana. Anna riesce a nascondere Max nella sua casa e tuttavia lui finisce ugualmente per essere deportato a Buchenwald, il campo di concentramento vicino alla città. Anna sarà costretta ad andarsene di casa, perché è incinta.
   Due anni dopo, quando l’Obersturmfuhrer del campo entra nella panetteria dove Anna lavora e manifesta un interesse per lei- che cosa può fare Anna? Rifiutarsi di accondiscendere ai suoi desideri? Significherebbe la morte, sua e della bimba Trudie. E anche la fine delle consegne speciali per i prigionieri del campo, le pagnotte lasciate di nascosto sotto un albero, i messaggi nascosti in un profilattico.
   La storia di Anna ci viene raccontata mezzo secolo dopo, dal Minnesota dove Anna è arrivata alla fine della guerra, con il soldato americano che ha sposato. La bambina è ora professoressa universitaria, tiene un corso sul comportamento delle donne tedesche durante il nazismo. Ricorda poco di ‘allora’ e di ‘laggiù’. Ogni tanto affiora un’immagine, magari in sogno. Di un uomo in divisa scura e con gli stivali che lei chiamava San Nicola. C’è una fotografia che li ritrae tutti e tre insieme, in un portaritratti con la svastica: Trudy è convinta di essere la figlia del nazista. E se ne vergogna. E’ per questo che si lancia nel progetto di raccogliere testimonianze di tedeschi, affiancando la collega che registra invece quelle dei sopravvissuti alla Shoah?
   Perché “Quelli che ci salvarono” è il racconto di quello che si può essere costretti a fare, di scelte che si pongono inesorabili, di come si possa seguire la via del male perché è il male minore quando la vita di altri dipende dalla nostra, di come il corpo possa reagire in una maniera imprevedibile, godendo mentre il cuore grida, contro la nostra volontà. Ed è anche una storia di colpe, maggiori e minori, di atrocità, di straordinaria coerenza (quella della luminosa figura dell’ebreo dottor Max) e di incredibili sdoppiamenti di personalità: è la stessa persona l’SS che gioca sull’erba con Trudie e l’uomo che uccide con sadismo altri esseri umani? Una storia di che cosa si provi a sentire vergogna e a non avere parole per difendersi da chi si erge a ruolo di giudice senza avere la minima idea di quale verità Anna nasconda, di chi sia Trudy in realtà.
   Ed è anche il frammento molto bello di un quadro più vasto, la storia di una donna tedesca che aiutava la Resistenza e che andava a letto con ‘il nemico’, e di una Mischlinge, figlia di un ebreo e di una ariana, che solo alla fine- e per caso- verrà a sapere che uomo straordinario fosse suo padre. E che donna straordinaria fosse sua madre.

Jenna Blum, Quelli che ci salvarono, Ed. Neri Pozza, trad. Giovanna Scocchera, pagg. 476, Euro 18,00

Marilia Piccone  23-02-2008

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