SONO LE 21,25: I NEON DEL FILAFORUM SI SPENGONO E QUATTORDICI MILA PERSONE NON RIESCONO A NON URLARE: sanno di stare per assistere ad uno dei migliori concerti dell'anno. Il palco si illumina, un uomo dai capelli rosa vestito di azzurro elettrico prende in mano il basso, alza il volume al massimo e comincia a sleppare.
Il cuore comincia a vibrarti da quanta energia ci mette, forse smetti di respirare; il livello di adrenalina nell'aria è talmente alto che anche quel folletto che salta senza smettere di eccitarsi sembre accorgersene: il suo nome è Flea ed è bassista dei Red Hot Chili Peppers.
Da quel momento nessuno ha più smesso di guardare quei bravi ragazzi californiani: Around The World, Scar Tissue, Easily... ogni canzone è accompagnata dai cori e dai balli della folla impazzita per essere qui e constatare di persona che John Frusciante è ancora vivo. Nel suo impeccabile stile, con le note della sua chitarra ed i lunghi capelli che porta legati dietro la schiena, racconta tutto il suo misterioso passato.
One Hot Minute, penultimo LP della band senza Frusciante, è completamente dimenticato, John non suona neanche una canzone di quell'album; il motivo è chiaro e ce lo dice lo stesso chitarrista in una intervista rilasciata recentemente: "Non ho mai ascoltato One Hot Minute, e non ho intenzione di farlo."
Lo show prosegue e ci porta indietro fino agli anni ottanta, fino alla mitica Me And My Friends: quella che è stata la prima hit del gruppo viene supportata genialmente dalle riprese fatte al pubblico prima dell'inizio del concerto; montate a ritmo di musica vengono proiettate nel megaschermo alle spalle del batterista Chad Smith che lancia continuamente bacchette verso il pubblico; è splendido guardare le facce dei tuoi coetanei e pensare di essere anche tu fra gli amici dei RHCP.
È altrettanto splendido vedere il fuoco di migliaia di accendini, accesi per accompagnare le tristi parole di Under The Bridge; la più bella canzone dei Red Hot viene cantata da un Anthony Kiedis molto più tranquillo del solito, assopito nei ricordi di tutti gli amici persi sotto i ponti di Los Angeles.
Chi invece non è per niente tranquillo, per la gioia dei presenti, è Flea, bello da vedere sia mentre canta la sua Pea, sia mentre spacca il suo basso contro gli amplificatori. È lui il vero protagonista del concerto, la vera anima del gruppo, l'unica forma di coreografia oltre alle immagini che vengono proiettate sullo schermo; ma i Peppers non hanno bisogno di inutili artifici, loro hanno The Power Of Equality che basta e avanza.
Il concerto si chiude nel tripudio generale, i quattro se ne vanno, dopo tre bis, lasciandomi l'amaro in bocca per non aver sentito canzoni del calibro di Suck My Kiss e Nobody Weird Like Me; ma i Red Hot sono così, fanno solo quello che gli piace fare; fortunatamente.
Appena si riaccendono i neon mi incammino malinconico verso l'uscita del palazzetto girandomi verso il palco... magari ci fosse una quarta apparizione.
Visto che nessuno suonerà più, mi accendo l'ultima sigaretta sicuro di una cosa: se Dio sleppasse, slepperebbe come Flea.
Sono le 22.45, sono i Red Hot Chili Peppers.
Andrea Arcangeli 18 novembre 1999