MEIRA ASHER È SENZA OMBRA DI DUBBIO UN ARTISTA ATIPICA E CONTROCORRENTE. Musicista israelita di Tel Aviv, laureata in musicologia, si è fatta conoscere un paio di anni fà con il suo primo lavoro "Dissected", dedicato alle vittime dell'Intifada e contenete alcuni versi dello scrittore/giornalista Tahar Ben Jelloum, al quale ha fatto seguito quest'anno "Spears into Hooks", la sua ultima fatica incentrata su testi ispirati alla Bibbia e analisi della terribile condizione della realtà israeliano-palestinese.
La Asher, testa rasata e look trasandato, è attratta in maniera molto forte dalla cultura araba. Una passione che l'ha spinta a dichiararsi (lei israeliana) sostenitrice della causa palestinese nonchè avversa all'attuale governo Nethanyau. Anticonformismo e dissacrazione sono gli elementi che contraddistinguono la sua persona, guerra e religione i suoi testi, la pace tra i popoli il suo desiderio più grande. Partecipare dal vivo ad una sua performance non è cosa molto semplice. Il suo stesso genere musicale è un intreccio di stili diversi. Una voce meccanica e ruvida racchiusa tra le pareti di un suono fondato su una complessa miscela di suoni (frastuoni) elettronici e incalzanti selvagge percussioni, con un sottofondo di rumori di guerra (spari, urla e pianti). Il tutto alternato, di punto in bianco, da melodiche cantilene africane e da canzonette swing anni '50.
Una continua variazione che si rispecchia anche nei temi, volta per volta affrontati, che spaziano dall'incesto allo spettro dell'AIDS.
È il frastornante ritmo elettronico che ha accolto l'artista sul palco del Piccolo Teatro di Milano, per la rassegna "Suoni e Visioni". La scenografia prevedeva alle sue spalle due "finestre" televisive che proiettavano immagini crude e terribili: cadavere di un bimbo con la testa trivellata di pallottole, telecamera introdotta in un utero per filmare un aborto, violenza della polizia militare israeliana sui giovani dimostranti palestinesi, etc, etc. immagini insostenibili e strazianti, capaci di provocare emozioni contrastanti negli spettatori: forte ripugnanza per alcuni, entusiasmo per altri. Perchè, nel suo estremismo, Meira Asher è un artista che si può amare o detestare, ma non entrambi. Non esiste, nel guidicarla, una via di mezzo. Sarebbe paradossale riduttivo e troppo semplice.
Matteo Cioffi 13 maggio 1999