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Silvia Scuterini - Oltre il gender
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Silvia trucco! Come anticipa il titolo stesso della tua tesi il fine primario del tuo lavoro è quello di andare 'oltre il gender', inteso come binomio Uomo-Donna. Puoi spiegarmi meglio il significato tradizionale di gender?
   Il gender non è 'sesso'. Riferendosi a tale termine non si vuole indicare la differenza anatomica che, sulla base delle caratteristiche sessuali primarie, suddivide gli esseri umani in maschi e femmine. Il gender è una rappresentazione che collega ciascun individuo ad altri individui attraverso una relazione di appartenenza basata su specifici significati culturali collegati rispettivamente al possesso o alla mancanza di fallo. Il gender può dunque essere visto come il prodotto di varie tecnologie sociali come il cinema, i discorsi istituzionali, le epistemologie e le pratiche critiche oltre che delle pratiche di vita quotidiana.
   Il sistema sesso-gender è sia un costrutto socio-culturale sia un apparato semiotico, un sistema di rappresentazione che conferisce significato, e quindi identità, valore, prestigio, posizione nel sistema di parentela e status.
   Parlare i mascolinità e di femminilità in termini assoluti, specialmente ai nostri giorni, è in qualche modo una estremizzazione, in quanto esiste una vasta gamma di sfumature comuni ai due gender, tuttavia solo una minoranza è sufficientemente cross-gendered da causare commenti, o da essere stigmatizzata a livello sociale come omossessuali, lesbiche, travestiti, transessuali.
   Nella mia testa ho cercato di dare un significato alla presenza dilagante di figure travestite all'interno del nostro universo culturale e mediatico approfondendo la riflessione che individuava la presenza nei più disparati contesti di travestiti, transessuali o soggetti transgender come un indizio della intrinseca debolezza del concetto di gender, così come è ancora oggi inserito all'interno di una logica binaria di genere (maschio-femmina).
   Nella nostra società basata sul binarismo di genere, sull'opposizione fondamentale maschio-femmina, la dissimulazione della propria identità sessuale oltre a costituire una 'categoria in crisi', poiché in essa coesistono elementi considerati da sempre mutualmente esclusivi, può costituire uno 'spazio di possibilità', uno spunto di riflessione e di approfondimento non su una sottocultura ma sull'essere umano considerato nel suo complesso.

E cosa intendi con 'andare oltre il gender'?
   Andare "oltre il gender" significa innanzitutto riconoscere che di per sé il gender è travestimento; significa riconoscere che noi tutti, quotidianamente, siamo impegnati in un gioco di segni, di seduzione delle apparenze. In un'interpretazione in chiave teatrale, il gender non si può ritenere inscritto nel corpo, sarebbe invece una ripetizione stilizzata di atti che verrebbero naturalizzati attraverso una loro costante ripetizione. Affermare che il gender è travestimento equivale a suggerire che l'imitazione è il cuore del progetto eterosessuale e del suo binarismo, che il travestimento non è un'imitazione secondaria che presuppone un gender originario, ma che l'eterosessualità egemonica è per se stessa un costante e ripetuto sforzo di imitare la propria idealizzazione.
   Ed è per questo che esperienze o condizioni di vita come quelle del Travestitismo, del Transessualismo e del Transgender possono essere illuminanti. Il Transgender, "l'identità della non identità", "la visione del continuum comportamentale che esiste tra due polarità", lo spettro infinito di possibilità che si presentano nel percorso che da eterosessuale porta a omosessuale, o che da uomo porta a donna, esemplifica forse al meglio quello che avevamo chiamato "spazio di possibilità", un territorio di confine dove ha luogo la pratica seduttiva senza fine di rimando, di citazione, di sovversione delle apparenze.

Affermi che i media sono parte integrante di quelle pratiche discorsive che costituiscono il gender poiché contribuiscono alla creazione e alla delimitazione di spazi sociali e dei ruoli ad esse appropriati; che tipo di rapporto si sta delineando tra le nuove tecnologie e le tematiche dell'identità, del sesso e del corpo?
   Il gender è performance e questo risulta evidente non soltanto se si prendono in esame i balli travestiti di New York immortalati nel film-documentario di Jennie Livingston Paris is Buurning, ma anche se si riflettere sulle trasformazioni che i media elettronici stanno apportando alla nostra vita di relazione e ai processi di costruzione identitaria. Internet viene sempre più considerata come un laboratorio di costruzione identitaria, quell'Altrove dove si sperimentano nuove strutture collettive, in cui i concetti di corpo, incontrarsi, luogo e spazio acquisiscono un significato diverso da quello consueto. Migliaia di persone trascorrono il loro tempo negli spazi virtuali creando e perfezionando altre identità che spesso appartengono ad un sesso opposto a quello reale. Sono forme sociali che si costituiscono in una tecnologia concepita come natura; nel cyberspazio il corpo transgender è il corpo naturale, la rete è il luogo di trasformazione, una fabbrica di identità in cui i corpi diventano macchine produttrici di significato. Il transgender, l'identità come performance, gioco, fattore destabilizzante dell'apparato sociale della visione, è condizione di fondo.

Per illustrare i mutamenti che coinvolgono non solo la sessualità ma anche l'identità ti avvali del supporto dell'immagine pubblicitaria. Quali sono le riflessioni che ne hai ricavato?
   Le immagini pubblicitarie impiegate per campagne a mezzo stampa hanno costituito un buon testo di supporto attraverso il quale illustrare mutamenti, proposte teoriche e pratiche, che ad un primo livello di analisi sembravano coinvolgere esclusivamente la sfera della sessualità umana, ma che approfondendo la ricerca sollevano problematiche concernenti l'identità dell'individuo. Temi come il travestitismo, il transessualismo, il transgenderismo, il passing vengono inglobati dall'industria pubblicitaria che rielaborandoli, utilizza il potenziale sovversivo insito in questi percorsi identitari radicali per veicolare contenuti legati al settore della moda, quello probabilmente più vicino al gioco seduttivo delle apparenze. Prendendo avvio da immagini che proponevano i percorsi female to male e male to female si è potuto riflettere su temi legati alla rottura dei vincoli di gender, al travestimento come via di fuga, al feticismo femminile che sfocia in una rivendicazione tutta al femminile della sessualità, al continuo gioco di rimandi e di fluttuazioni che mai si risolve in una scelta definitiva, agli stereotipi del mondo femminile che vengono assunti su di un corpo maschile attraverso l'adozione di capi vestimentari.

Che cosa ha significato per te trattare questi argomenti?
   Questo lavoro rappresenta molto probabilmente la sintesi di interessantissimi discorsi che stanno avendo luogo nel momento attuale e che con grande probabilità continueranno a sedimentare e crescere nella nostra cultura. Occuparsi di travestitismo, transessualismo, transgender non significa studiare comportamenti condivisi da una minoranza o studiare i codici di una sottocultura sessuale specifica. Riflettere su queste tematiche porta inevitabilmente a confrontarci con noi stessi, con quello che siamo, ci porta in modo perentorio a domandarci se il nostro modo di amare è autentico o se invece è plasmato sulla base di un qualcosa che "naturalmente" è stato impiantato dentro di noi. Detto in una parola: paura. Credo che questa in realtà sia l'essenza dell'ostilità che spesso si registra nella trattazione di questi argomenti; l'elemento più deplorevole che ho registrato è la banalizzazione del tema per poter in qualche modo neutralizzare ciò che invece andrebbe enfatizzato.
   Personalmente devo molto a questo lavoro; la sensazione di trarre libertà attraverso la riflessione e il rispetto per l'altro che non viene da una tolleranza-indifferenza ma da una voglia di conoscenza e confronto.

Francesca De Sanctis  1 giugno 2000

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