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Sara Piagno - Carmelo Bene e il Teatro della Phonè
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La tua tesi di laurea è incentrata sul teatro di Carmelo Bene; come hai organizzato il lavoro?
   Ho diviso la tesi in due parti. La prima sezione parte dagli esordi e si ferma alla fine anni '70, periodo in cui Carmelo Bene smette di fare teatro e arriva agli spettacoli-concerto. Questa è la parte che io chiamo distruzione della rappresentazione, in cui c'è la demolizione del teatro di rappresentazione, perché viene cancellata la parte visibile del teatro. Tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 Carmelo raggiunge l'apogeo della sua fama: è l'unico attore che porta uno spettacolo di prosa alla Scala di Milano negli anni '80. In questo periodo si arriva al teatro dell'udibile, il teatro della phonè.

Che cos'è il teatro della Phoné? E' l'effetto visivo, di superficie, della ricerca condotta da Carmelo Bene a teatro: l'uso molto particolare della voce; la ricerca sull'amplificazione; l'utilizzo del microfono. Dal teatro della phoné ho cercato di andare a ritroso e di risalire alle origini e al pensiero filosofico ed estetico di Carmelo Bene, alle sue idee sul teatro e sulla vita.

Qual è il filo conduttore della tesi?
   Ho tentato di studiare il teatro di Carmelo Bene attraverso spettacoli, videocassette, libri scritti da lui, interviste, studiosi che hanno scritto su di lui. Dopo aver messo insieme tutte queste, partendo cronologicamente dagli anni '60 fino agli anni '90, ho ricostruito il suo pensiero filosofico.

In effetti Carmelo Bene è stato spesso definito "attore ideologico, filosofico, saggiatore"…
   Il suo stare sulla scena a teatro equivale a stare sulla scena nel mondo. Attraverso i suoi spettacoli si può carpire una filosofia della vita.

E qual è la sua filosofia?
   E' molto complesso da spiegare, perché si vanno a toccare autori come Freud, Deleuze e soprattutto Nietzsche e Schopenhauer. Il suo è un teatro filosofico perché non si risolve nella rappresentazione e si configura come una sorta di riflessione esistenziale.

Carmelo Bene è sicuramente simbolo di un'arte antagonista, opposta rispetto al teatro di rappresentazione. E' la voce l'elemento principale per cui si distacca da questo tipo di teatro tradizionale?
   L'uso della voce è andato maturando nel tempo. Sin dal Caligola (nel '59) si è sempre contraddistinto per l'uso parossistico della voce, un modo di recitare con la voce sopra le righe, affiancato ad un uso del corpo molto particolare. Ha cercato di portare in superficie non tanto la voce come simbolo di comunicazione, ma la voce come phoné, come coscienza. Per cui l'uso dell'amplificazione non era finalizzato al farsi sentire di più, ma era un portar fuori la voce della coscienza. Carmelo stesso dice che l'amplificazione lo aiuta a comunicare dal suo interno ad un altro interno, che è quello dello spettatore. In questo modo viene azzerata la comunicazione verbale, per una recitazione non più significante ma fatta da un flusso di coscienza. Tutto questo si è andato raffinando nel tempo. Se negli anni '60 amplificava la voce con la strumentazione fonica, con il passare del tempo attraverso tecniche più sofisticate Carmelo Bene è arrivato all'amplificazione elettronica. Persone che lo hanno visto negli ultimi anni per la prima volta dopo averlo amato solo attraverso i libri sono rimasi delusi, perché si sono trovati di fronte ad un uomo assolutamente immobile sulla scena, con una voce amplificata spesso in asincrono. In questo caso la persona è agita da qualcos'altro, è parlata da qualcosa altro, per cui non c'è più bisogno dell'attore, ma in scena c'è la macchina attoriale, ovvero l'attore che è diventato macchina.

Quindi come è il suo rapporto con lo spettatore?
   Il pubblico di Carmelo Bene si è sempre diviso tra chi lo ha sempre amato e chi lo ha odiato ad oltranza. Chi non l'ha vissuto negli anni '70 rimane spiazzato vedendo quest'uomo che non recita; sono spettacoli freddi che mettono un muro tra attore e spettatore.

C'è un autore con cui condividi in modo particolare la visione su Carmelo Bene?
   Ce ne sono tanti, quasi tutti quelli che ho citato sono quelli che preferisco sia come taglio critico sia come contributo, tra questi Umberto Artioli e Maurizio Grande. Comunque, ho cercato di fare un discorso più scientifico possibile.

Hai incontrato direttamente Carmelo Bene?
   Avrei potuto, mi è stato proposto dal mio relatore Volli, ma mi sono rifiutata, un po' perché ho messo Carmelo Bene sul piedistallo e poi perché conoscerlo avrebbe significato fare i conti con l'uomo e sinceramente non mi interessava. Un'intervista a lui forse avrebbe aggiunto qualcosa, forse no.

Qual è lo spettacolo che preferisci?
   Canti Orfici e Pinocchio. Ho letto anche un paio di letture, mentre in videocassetta ho visto molte cose, per esempio Amleto del '75 e il Riccardo III del '78. Per quanto riguarda il cinema Nostra signora dei Turchi è il più bel film in assoluto tra tutti quelli che ho visto.

C'è una continuità tra la tesi e il dopo laurea?
   In parte la tesi mi ha accompagnato, dato che collaborando con un docente universitario (Giuseppe Liotta) il primo seminario che ho svolto all'Università è stato proprio su Carmelo Bene. Spero un giorno di poterla rivedere e pubblicare. Credo sia un buon inizio per un buon libro.

Francesca De Sanctis  22 giugno 2000

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