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IL MESE DI DICEMBRE 1999 SI È CONCLUSO, DAL PUNTO DI VISTA AMBIENTALE, all'insegna degli incidenti causati da petroliere. Nel giro di circa una settimana, infatti, due petroliere, la Erika al largo delle coste francesi e la Volganest 248 davanti ad Istanbul, sono affondate liberando in mare tonnellate di greggio. Data la mancanza di validi strumenti di intervento, gli sforzi volti ad arginare i danni si sono rivelati per lo più vani e si sta prospettando un vero e proprio disastro ecologico.
Data la gravità di questo tipo di incidente, sono in fase di sperimentazione numerose tecniche per favorire la degradazione del petrolio. Tra questi esperimenti spiccano in particolar modo quelli che si avvalgono delle biotecnologie. Le biotecnologie potrebbero rappresentare infatti una carta vincente in quanto permetteranno di utilizzare batteri per eliminare gli inquinanti presenti nell'ambiente. Sono stati infatti studiati alcuni "fertilizzanti" che, se liberati in mare, sono in grado di stimolare i batteri presenti a degradare il petrolio fuoriuscito dalla navi affondate.
Grazie alle biotecnologie, si sta inoltre lavorando in numerosi laboratori per creare ceppi batterici in grado di facilitare la degradazione di numerose sostanze tossiche e/o inquinanti (tra cui sostanze radioattive, metalli pesanti e materie plastiche).
L'utilizzo delle biotecnologie per il recupero ambientale (che va sotto il nome di bioremediation) rappresenta sicuramente una delle più affascinanti applicazioni delle recenti scoperte nel campo della genetica molecolare.
La speranza di poter contare in breve tempo su nuovi strumenti per la tutela dell'ambiente non deve però far abbassare la guardia nei confronti delle possibili fonti di inquinamento, ma al contrario sono necessari interventi decisi da parte delle nazioni più industrializzate per cercare di proteggere il nostro ecosistema. Qualora non venissero prese le adeguate precauzioni infatti non ci sarebbe un solo ecosistema sulla Terra che potrebbe essere salvato (rapporto annuale per il 2000 del Worldwatch Institute).
Mauro Mandrioli 17 febbraio 2000
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