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Perchè no - il parere di Fabrizio Fabbri, Greenpeace Italia
Ingegneria genetica in agricoltura: soluzione per la fame nel mondo o rischi aggiuntivi per la salute umana ed ambientale?
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Greenpeace trucco! IL DIBATTITO SULL'INGEGNERIA GENETICA E, PIÙ IN GENERALE, sulle biotecnologie, tocca diversi aspetti che riguardano tanto questioni etiche che ambientali e sanitarie nell'accezione più ampia.
    Questi singoli aspetti trovano una propria connotazione ed andrebbero analizzati singolarmente per ciascuna applicazione pratica delle biotecnologie. Al contrario, molto spesso, problemi etici, ambientali e sanitari sono stati trattati in maniera tale da confondere e far perdere di vista l'entità ed il peso che ciascuno di questi aspetti ha nel dibattito sulle biotecnologie.

In generale, i dubbi maggiori riguardano:
1. La possibilità di trasferimento delle caratteristiche indotte dalla manipolazione genetica a piante geneticamente affini o a culture analoghe tradizionali;
2. La creazione di piante super-infestanti resistenti all'azione degli erbicidi di cui si sia indotta la resistenza nella piante transgeniche;
3. La possibilità di selezione di insetti resistenti alle tossine del Bacillus thurigiensis nelle piante transgeniche denominate Bt;
4. La possibilità di impatto negativo su specie di insetti entomofagi utili all'agricoltura che si nutrano di parassiti che abbiano pascolato su piante Bt.

Mentre sono abbastanza chiari i rischi connessi ai sistemi agricoli e più in generale ad aspetti di carattere ambientale, è alquanto difficile poter prevedere i rischi sanitari connessi con la coltivazione e l'utilizzo di piante transgeniche.
    La mancanza di adeguati test preventivi che possano indicare i rischi sanitari, è vista non già come un limite alla corretta definizione del problema, ma come l'assenza del problema stesso. In generale, l'elemento che viene trascurato in partenza riguarda la possibilità che quei pezzi di DNA aggiunto, provenienti da specie molto diverse e molto spesso da organismi mai impiegati nell'alimentazione, possano "esprimere" proteine che potrebbero far insorgere reazioni allergiche nei consumatori.

Per le piante che sono state bioingegnerizzate con lo scopo di renderle resistenti agli attacchi dei prodotti chimici (diserbanti e biocidi in generale), il pericolo maggiore riguarda la possibilità che vengano effettuati dei trattamenti tardivi a ridosso dei raccolti che potrebbero portare a dei residui nel prodotto venduto superiori a quanto finora consentito.
   Questo rischio è tutt'altro che remoto come anche dimostrato dalla decisione presa ovunque siano state concessi permessi di coltivazione a pieno campo di queste varietà transgeniche di innalzare i limiti di principio attivo del biocida nel prodotto finito anche di 200 volte a quelli finora in vigore. Nel caso di piante programmate ad autoprodurre tossine (in genere sfruttando il Bacillus thurigiensis), ed in particolare del mais Bt della Novartis, l'esistenza di una coda che conferisce alla pianta la caratteristica di resistenza all'ampicillina pone il problema del possibile trasferimento di questa caratteristica ad animali o uomini attraverso l'inglobamento di questa informazione nel corredo genetico della flora batterica intestinale.
    Ma le possibili interazioni con la sanità e l'ambiente sono molteplici e difficilmente calcolabili allo stato attuale di conoscenze. Quello che maggiormente spaventa è però la semplicità e la leggerezza con cui ci si raffronta con questi possibili rischi, seguendo un copione finora tragicamente adottato per i composti chimici pericolosi e che prevede la loro immissione sul mercato ed il loro utilizzo fin quando non venga dimostrata la loro pericolosità.
    Questo rischio assume connotati inquietanti se si pensa che nel momento in cui dovessero essere provati i rischi ventilati per gli OGM, o altri oggi non ponderabili, sarebbe impossibile recuperare il materiale genetico manipolato a seguito dei possibili incroci con specie affini o con varietà non transgeniche. Sarebbe impossibile, cioè, chiudere i rubinetti dell'inquinamento genetico che sarebbe in grado di autoriprodursi, con effetti ambientali e sanitari assolutamente incalcolabili.
    Queste diverse letture dell'applicazine della manipolazione genetica in campo agricolo ed alimentare andrebbero ponderate a fondo per non consentire che il profitto offuschi ogni altra considerazione sociale.

Fabrizio Fabbri - Greenpeace Italia  
17 febbraio 2000

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