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Fiorella, la tua tesi di laurea si focalizza su un regista degli anni ‘90 ormai acclamato a livello internazionale come ”maestro”: Nanni Moretti. Ma il percorso attraverso il quale arrivi a parlare del regista romano segue una linea ben precisa che parte dalle “patologie” del testo nel Novecento per agganciarsi poi al cinema di Moretti. Ma cosa intendi per “patologia” del testo? Il punto di partenza della tesi è la “grande malattia” che tra ‘800 e ‘900 fino ad oggi ha coinvolto la realtà a partire dalla stessa immagine consegnataci dalla scienza: crollano tutte le certezze (dalle categorie di spazio e tempo fino allo stesso principio di causalità) e ne risulta una realtà magmatica e fluida, inafferrabile con i vecchi strumenti. E’ questa l’immagine “malata” della realtà. La narrazione non ha potuto che risentire di tutto questo perdendo, anch’essa, lo spazio, il tempo e il principio di causalità come coordinate attraverso le quali svolgersi. Di qui deriva, parallelamente alla realtà assunta come “malata”, la narrativa “malata” (che corrisponde, per intenderci, al romanzo del ‘900: da Svevo a Joyce, a Musil ecc. e volendo si protrae sino a noi passando, per esempio, nella nostra Neoavanguardia degli anni Sessanta).
Come mai ha deciso di ricorrere alle categorie di “salute e malattia” per parlare dei testi del ‘900? La legittimità dell’utilizzo delle categorie di salute e malattia (dove la malattia è, ovviamente, de-negativizzata e utilizzata come categoria per cosi’ dire “neutra”) appare del tutto legittimata dal largo spazio che la malattia ha in diversi romanzi del ‘900 (sia nell’utilizzo da parte della crititica - basti per tutti il “tempo malato” de La Coscienza di Zeno - o anche a livello tematico - ancora Svevo o La montagna incantata di Mann, ma di esempi ce ne sono tanti altri) senza parlare del fatto che la seconda ondata avanguardistica di nuovo fa i conti con la realtà malata e non manca di mutuare termini dal mondo medico (per esempio parla di realta’ “schizofrenica”). Insomma la realtà è malata e spesso questa malattia diventa a livello narrativo un testo malato o, a livello tematico, tanto per fare un esempio, l’incapacità di vivere di personaggi apparentemente malati (perché malata è la realtà e non la loro incapacità di fingerla sana). Praticamente la malattia appare un enorme, fertilissimo campo metaforico che, dalla forma al contenuto, può apparire il più adeguato a descrivere tanta produzione letteraria, se vogliamo anche molto vicina a noi.
E in che modo la “malattia” del testo è legata a Nanni Moretti? All’interno della tesi ho voluto ritagliarmi un campo d’indagine preciso. C’è un capitolo che si intitola Cantuccio lirico, ovvero il cinema di Nanni Moretti come lente attraverso la quale ricercare questi “ammalamenti” portando anche avanti una sorta di patologia comparata tra alcune “sintomatologie” riscontrabili tanto nei suoi film quanto nei romanzi del ‘900. Il cavallo di battaglia, intendo il capitolo più convincente, riguarda “le patologie del tempo” e dopo una minuziosa analisi della struttura temporale di Palombella rossa ho applicato ad essa il metodo usato da Lavagetto per La coscienza di Zeno (da Lavagetto, a suo volta, preso in prestito con qualche aggiustamento, da Genette che lo aveva utilizzato per la Ricerca di Proust) ed è stata una soddisfazione vedere il metodo funzionare perfettamente, senza forzature: quel tempo fluido e invertebrato (come lo diceva Lavagetto), cioè il tempo malato della Coscienza, era lo stesso tempo malato di Palombella rossa e si assisteva ad un medesimo scardinamento della categoria narrativa del tempo (l’analisi di tutte le infrazioni rispetto ad una struttura di tempo “sano” era molto interessante e, soprattutto, il fatto che le retrospezioni non obbedissero necessariamente a nessun nesso causale).
Quindi è lo scardinamento temporale la patologia presente nei film di Moretti? Non solo. Accanto a questa “patalogia” ne ho riscontrate altre “comparabili” come la disintegrazione della storia in “storie” spesso fra loro poco coerenti e poco coese, in un qualcosa di episodico estraneo al perseguimento di una precisa unità (pensa a Io sono un autarchico o a Ecce bombo) o all’utilizzo di una comicità molto amara (e pensare che la critica italiana aveva scambiato Nanni Moretti per un nuovo regista della cara commedia all’italiana!) e molto vicina all’umorismo pirandelliano (per esempio le varie “manie” di Michele Apicella, penso al professore di matematica – non a caso- in Bianca, “maniaco” dell’ordine esistenziale oltre che fisico, si ride ma si ride amaro, un po’ come nel Palomar di Calvino, un po’ come di moltissimi antieroi-novelli donchisciotte della letteratura del ‘900).
Che cosa volevi dimostrare attraverso la tesi? L’idea era di rivendicare accanto ad indiscussi classici della nuova stagione (che ritengo noi stessi continuiamo per molti versi a respirarci) una, se non pari, prossima dignità ad un cinema (seppure non si debba intendere assolutamente come il solo) che è (o era…. io sto aspettando con un po’ di trepidazione non priva di ansia il prossimo film) in grado di fare male, proprio come poteva fare l’umorismo di Pirandello, mostrandoci la realtà “in camicia”, prima che potesse mettersi in ordine, insabbiare tutte le sue contraddizioni che spesso un blando amore per la serenità fa, appunto, nascondere, sedare, sanare.
Che cosa ti colpisce di più del cinema di Moretti? In un’intervista Moretti si augurava che il suo cinema fosse in grado di provocare un sorta di mal di pancia (ancora il campo metaforico…) che andasse al di là dei titoli di coda, tanto simile al malessere della signora che guarda un incidente stradale, nell’apertura del L’uomo senza qualità di Musil, prima che intervenga un signore a chiarirne la dinamica, a mettere ordine alle cose, a dare una spiegazione coerente e rassicurante della realtà (cioè un motivo per cui le cose accadono in un certo modo). Svevianamente l’unica forma di salute è la consapevolezza della malattia.
Francesca De Sanctis 15-10-2000
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