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IL 10 LUGLIO 1974 A BOLOGNA SETTE STUDENTI SONO DIVENTATI DOTTORI in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Sono i primi sette laureati Dams e la prima della lista, in ordine alfabetico, quel giorno era una giovane signora di 34 anni. Ora la chiamano la “mamma del Dams” e insegna Storia del mimo e della danza: è la professoressa Eugenia Casini Ropa. Stradanove l’ha intervistata.
A gennaio del ’71, dopo le iscrizioni aperte solo dal 20 al 30 dicembre, sono iniziati i corsi al Dams di Bologna. C’era anche lei tra gli studenti appena immatricolati? Si, il mio numero di matricola era 88. Allora eravamo 130 studenti iscritti.
Come era allora il Dams? I primi anni del Dams sono stati gli anni gloriosi. Gli studenti frequentanti non erano più di 60 per materia e i professori erano molto giovani, quasi coetanei degli studenti, che per lo più erano già lavoratori, appassionati dell’arte, della musica e dello spettacolo.
In quegli anni c’era anche un filone legato alla comunicazione, quello che poi si è distaccato ed è diventato Scienze della Comunicazione… Il filone delle comunicazioni era quello di Umberto Eco, Luciano Anceschi, Maldonato, Wolf, Pignotti, tutti esperti di comunicazione di massa, ed è esistito per molto tempo. Tra le materie che erano inserite nel corso di laurea Dams c’erano anche Grafica, Tecniche pubblicitarie. Ora il filone comunicativo si è ridotto molto. Per trent’anni il Dams ha sfornato autorità artistiche, ma non è mai avanzato. Solo ora c’è stato qualche concorso per l’assegnazione delle cattedre, quella di Teatro, per esempio, è stata vinta dal professor De Marinis. La vera novità allora era lo Spettacolo: il teatro e il cinema sono state le materie più boicottate. Gli studenti del Dams venivano visti come scamiciati, artistoidi, giravano in sandali e maglietta. Sono stati sempre considerati così gli studenti del Dams e i professori stessi erano quasi disdegnati.
Cosa si provava a frequentare un coro di laurea del tutto nuovo? Era esaltante, ci si sentiva pionieri, si respirava l’influsso del ’68. L’idea di usare linguaggi non verbali era qualcosa di rivoluzionario. Studiare queste discipline nella facoltà di Lettere era provocatorio e la vicinanza dei professori era molto esaltante.
Quanti anni aveva quando lei si è iscritta al Dams? Avevo 31 anni, ero già sposata e avevo due figli di sei e tre anni. Da giovane mi ero diplomata all’accademia d’arte drammatica, e quando sentii pubblicizzare questo corso pensai di seguire i miei interessi per il teatro, non avrei mai immaginato allora che il mio legame con il Dams sarebbe rimasto per così tanti anni. Così chiesi a mia madre di aiutarmi con i bambini.
Ed è stata davvero la prima laureata Dams? Si, mi sono laureata il 10 luglio del 1974 insieme ad altri sei studenti, ci chiamavano “i magnifici sette”. Io ero proprio la prima della lista. Mi sono laureata nella sessione estiva del quarto anno, ma allora gli esami erano 18 ed erano meno pesanti rispetto a ora. I programmi degli esami erano fatti di appunti delle lezioni, qualche libro o una ricerca.
Chi era il relatore della sua tesi? Fabrizio Cruciani, scomparso nel ’92. Per quattro anni però sono stata allieva di Umberto Eco, per cui era quasi naturale che io mi laureassi con lui, ma Eco faceva semiotica che non era la materia per la quale mi ero iscritta al Dams. Così non mi sono laureata con Eco…e me lo rinfaccia ancora! Con Cruciani ho preparato una tesi sull’Animazione teatrale nelle scuole, che è stato i primo studio del genere.
Immagino che si sia guadagnata la lode… Nono solo, anche la dignità di stampa …allora si usava dare la dignità di stampa, il che significava che la tesi meritava di essere pubblicata. Anni dopo l’ho pubblicata.
Ha dei ricordi particolari legati agli anni in cui era iscritta al Dams? Ricordo le cene con i professori, che ora non si usano più. Allora nelle facoltà scientifiche c’erano gli allievi interni, che aiutavano i professori nei laboratori e poi si laureavano con il docente che avevano aiutato. Marzullo, fondatore del Dams, decise che anche il neo-corso di laurea doveva avere gli allievi interni. Io ero allieva interna di Eco e Cruciani e ogni tanto andavamo a cena tutti insieme. Erano cene divertentissime. Eco raccontava storie, e poi si ballava, si cantava. Mi ricordo che quando ero iscritta al primo anno del Dams fu organizzata una gita sociale con il pullman per andare a vedere le prove di “Moliere/Bulgakov”, lo spettacolo di Squarzina. C’era un’aria di cameratismo, gradevole.
Che cosa è cambiato oggi rispetto ad allora? C’è un boicottaggio che ci impedisce di crescere. Si tenta di avviare il Dams verso la normalizzazione a causa dei continui tentativi di sostituire gli artisti con gli studiosi e di ridurre i laboratori. Così il Dams è diventato molto teorico, anche perché al suo interno c’era un filone che lo preferiva così. Questa corrente è stata maggioritaria per un po’.
Col passare degli anni sono cambiati anche gli studenti? Si, prima gli studenti erano più anziani, poi dal ‘77 hanno cominciato a iscriversi le matricole. Durante la rivoluzione studentesca il Dams era un vivace centro di raccolta, il Movimento era in gran parte fatto da studenti del Dams. Erano ragazzi impegnatissimi, lottavano. Gli studenti venivano si iscrivevano per la maggior parte con motivazioni precise, per seguire materie alternative rispetto all’establishment. Il Dams allora era un covo di Sinistra, del Pc. Poi gli studenti sono diventati sempre più demotivati, pensavano di fare qualcosa di diverso ma in senso negativo (...pur di non fare Lettere o Economia!). Negli anni ’80 c’è stata una opacità che ha coinvolto anche il teatro, una generale stagnazione dell’area culturale. Sono gli anni del delitto Alinova, quegli anni sono stati duri per il Dams: i genitori venivano da me per chiedermi se i figli si drogavano. Negli anni ’90, invece, gli studenti sono demotivati a causa dell’impoverimento nelle scuole superiori. Gli studenti conoscono meno cose, gli insegnanti non riescono a stimolarli. Ora sono più motivati, ma non c’è la sensazione di costruire qualcosa. Gli studenti hanno in mente una professione: molti dicono di voler diventare critici di teatro, la maggior parte hanno le idee chiare sul proprio futuro. Se all’inizio frequentare il Dams era un’avventura, poi è diventato una lotta, e una moda.
E come è il Dams ora? Innanzitutto c’è uno statuto diverso. Quando è nato erano previsti 18 esami, che poi sono diventati 21 perché si pensava di equiparare il Dams agli altri corsi di laurea di Lettere, ma non ha funzionato. Con il terzo statuto, quello che c‘è ora e voluto dal Ministero per riequilibrare gli insegnamenti, sono stai creati quattro indirizzi (cinema, teatro, arte e musica), ma con la riforma del tre più due cambierà di nuovo tutto. Nei tre statuti si è andati sempre più verso la normalizzazione e sono stati inserire esami più complessi. Lo studio teorico si è appesantito. Per fortuna da quando ci sono il Teatro della Soffitta e il Cimes numerosi laboratori teatrali offrono tante possibilità. Così il numero degli iscritti non cala. Ora il Dams è anche a Roma, Torino, Brescia, eppure a Bologna continuiamo ad avere circa 1500 iscritti all’anno.
Come vede il futuro del Dams? Il Dams di Bologna sta andando verso una normalizzazione. Se non si fa qualcosa ci sarà un pericoloso appiattimento. Tuttavia, è anche un’occasione di formazioni utile per individuare i vari filoni di studio. Dal Dams di assalto si è passati ad un Dams integrato e normalizzato che oggi crea tecnici e studiosi.
Se potesse tornare indietro rifarebbe la scelta dell’insegnamento? Credo di si. Ho insegnato Storia del Teatro fino al ’92, poi ho cominciato a fare lezioni di Storia del mimo e della danza. Insegnare al Dams è stato un po’ come rifare il Dams, mi sento artefice di aver inventato una nuova danza, un’agit-prop fortissima. Per questo è stato come ritrovare quella spinta che avevo quando mi iscrissi al Dams nel 1970.
Francesca De Sanctis 20-12-2000
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