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Eugenio, che cosa intendi per "nuovo teatro"?
Nuovo teatro è una categoria semplificatoria che ho usato per distinguere i gruppi teatrali romagnoli che operano dalla fine degli anni '70 fino a oggi -e di cui parlo nella tesi- dalle esperienze teatrali che precedono gli anni '70. Ho scelto la Romagna perché qui si sta verificando un fenomeno singolare. Alla fine degli anni settanta nascono infatti in Romagna il Teatro delle Albe, la Socìetas Raffaello Sanzio, il Teatro Due Mondi e la Valdoca. Sono compagnie che crescono tra il consumismo rivierasco e l'eredità cooperativistico-contadina; sono nuclei che, muovendosi ed alimentandosi tra Ravenna, Cesena, Faenza e Bagnacavallo, hanno spostato il fulcro del lavoro da teatro di gruppo a gruppo di teatro, formandosi come vere e proprie famiglie d'arte, intendendo la relazione -affettiva e non- fra i componenti della compagnia come progetto artistico e di vita . Il terreno provinciale sul quale si sono formati questi gruppi, dopo il fenomeno metropolitano delle neo-avanguardie, vede proprio nella provincia stessa -e non nella provincialità- una leva forte per fondarsi; è questa stessa leva che ha permesso lo sbocciare e il fiorire del fenomeno culturale-teatrale in Romagna. Su questa base è cresciuta negli anni '90 la generazione dei giovani gruppi: i nuovissimi si sono formati cercando fin dall'inizio una propria indipendenza ed autonomia professionale e poetica. Anche grazie alla fertilità del territorio romagnolo in cui i nuovi gruppi si sono ritrovati possiamo parlare dell'esistenza di una "questione romagnola" e di "Romagna felix" : un territorio in cui le "colture" miste, pur mantenendosi nelle proprie autonomie, non si sono inaridite nelle loro singolarità, anzi hanno alimentato il fermento teatrale e arricchito lo scambio critico. Una provincia pedagogica, per dirla con Goethe, quella di Romagna, che ha dato le forme -specie organizzativo-burocratiche- alle nuove realtà teatrali. Cresciuti sì senza reali padri, ma con un forte modello tangibile nei gruppi storici, i nuovissimi - Motus, Masque, Fanny & Alexander e poi Tanti Cosi Progetti, Belle Bandiere- hanno rivolto attenzione ad un teatro dello spazio e delle forme estetiche, evidenziando una netta sensibilità per l'evocazione iconografica e sonora. L'indole che stanno mostrando è quella di un professionismo che pare trovare i suoi riferimenti nella famiglia d'arte ed in una precisa organizzazione tra le trame istituzionali del mercato e del sistema teatrale.
Oltre ad essere studente Dams io sono un teatrante, mi sono iscritto al Dams quando avevo già 26 anni. Nel momento in cui ho scelto di lavorare per la tesi sui nuovi gruppi, ho scoperto di studiare una realtà teatrale fatta di gruppi di amici. E' stato molto divertente studiarli da vicino.
In modo più specifico, quali sono i contenuti della tua tesi e come l'hai suddivisa?
Le prime due parti della tesi sono cronologiche. Nel primo capitolo (Romagna mia. I gruppi storici.) si parte da una domanda che pose nel 1986 sulle pagine del Patalogo la studiosa Renata Molinari: esiste una questione romagnola? Affronto la questione sul perché in Romagna così tante realtà sono nate alla fine degli anni '70. In un secondo momento parlo dei quattro gruppi che io chiamo "storici" (il Teatro delle Albe, la Societas Raffaello Sanzio, la Valdoca, il Teatro Due mondi), facendo un excursus abbastanza veloce senza approfondirli troppo perché su di loro è già presente una documentazione sufficiente.
Se nel primo capitolo ho analizzato il terreno, la radici, il fusto della pianta, nel secondo parlo dei frutti. Tre i gruppi che sono il centro focale della mia tesi: Fanny & Alexander, Motus e Masque Teatro. Con loro ho cercato di fare un lavoro di svisceramento, partendo da una raccolta folta di materiale. Sono gruppi che non sono nati da molti anni ma hanno realizzato moltissime cose. Io ho visto quasi tutti i loro lavori. Non c'è una distanza tra arte e vita, per cui conoscendo la loro vita ho anche imparato a conoscere la loro arte. Questo mi ha aiutato a inquadrare delle tematiche. I gruppi sono stati generosissimi nei materiali. Ogni gruppo ha "compilato" oralmente, in lunghe chiacchierate con me, un questionario-intervista da me preparato in precedenza, e mi ha fornito una autopresentazione scritta.
Si tratta comunque di gruppi che rientrano nel panorama di ricerca teatrale…
Certo. Adesso c'è una grande attenzione della critica nei loro confronti. Anche l'Eti li sta promuovendo nei circuiti del teatro di prosa, per cui l'incontro con il pubblico è maggiore. Il teatro sta subendo un fenomeno strano, di flussi e di riflussi. I gruppi giovani, ad esempio, si caratterizzano per uno sguardo molto estetico dello spettacolo, con poca attenzione alla dimensione attoriale più "tradizionale". C'è una ridefinizione dell'attore, l'attenzione è rivolta allo spazio della scena più che all'attore. Personalmente mi sento più vicino a chi lavora con l'attore, a chi lavora sulla drammaturgia.
E i gruppi nuovissimi?
I gruppi nuovissimi non hanno avuto padri specifici ma hanno avuto la fortuna di crescere in un terreno fertile. Hanno imparato a non separare l'aspetto artistico da quello organizzativo-burocratico. Hanno capito dove attingere per una necessaria sopravvivenza artistica. Sono consapevoli della necessità dell'aspetto organizzativo oltre che estetico. Per cui hanno avuto un confronto immediato con la critica, in quanto è anche grazie a quest'ultima che la circuitazione si muove. In Romagna non c'è una pedagogia vera e propria ma realtà spalleggiate dalle nuove realtà. Quello che spesso mi chiedo è: perché queste persone fanno teatro? A me, ad esempio, non piacciono gli spettacoli di Eugenio Barba, ma senza dubbio lui esprime un pensiero forte, un pensiero sull'uomo, sulla vita, e quindi sul teatro. Nei gruppi giovani non sempre c'è il riscontro di questa necessità di esprimere un'idea. E' per questo che mi chiedo che senso ha fare teatro. Forse è in atto una trasformazione del senso e dei modi del teatro e se così fosse credo occorra un processo di ricontestualizzazione semiologico del teatro.
E nell'ultima parte della tesi quali sono gli argomenti trattati?
La non-scuola ravennate. Tanti anni fa le Albe (in particolare Marco Martinelli e Maurizio Lupinelli) hanno cominciato a tenere laboratori nelle scuole superiori, senza pretesa didattica e questo rientrava e rientra tuttora nello spirito con cui vengono gestiti i laboratori. Non si voleva insegnare teatro, ma si faceva e si fa fare teatro. Non-scuola, cioè non è una scuola di teatro. Con i ragazzi giochiamo con i testi. E' un gioco molto serio, quello di andare in scena. Io mi sento un allenatore che deve mandare in campo i suoi giocatori. Dunque, ho analizzato la mia esperienza dentro le scuole. Questo modello è non didattico, non appartiene ad un processo di reale formazione, ma comunque pedagogico. Ho scoperto attraverso il laboratorio che la non-scuola non può essere esportata, almeno tout court. I ragazzi crescono attraverso gli spettacoli. Durante i miei laboratori con i ragazzi partiamo dal testo e lo stravolgiamo. Non seguo una didattica.
Come reagiscono i ragazzi a questo tipo di esperienza teatrale?
Sono entusiasti. C'è una richiesta sempre maggiore da parte delle scuole di avere esperti esterni; quest'anno avevamo 11 squadre, il che significa 11 spettacoli finali e oltre duecentocinquanta ragazzi che frequentano i laboratori.
Qual è il teatro che ami?
Io amo il teatro che racconta delle storie. Mi piace che il teatro parli con il mondo. Il mio ultimo spettacolo, Attolotta, che ha debuttato a Perugia nel gennaio 2000, racconta lo scontro tra Ettore ed Achille, la guerra di Troia…è stato tremendo scriverlo proprio mentre, a 200 Km, in Jugoslavia, c'era lo scontro "vero".
Francesca De Sanctis 27 luglio 2000
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