Giacomo, nella tua tesi parli dell’esperienza vissuta insieme a un gruppo di persone anziane. Un modo sicuramente originale per affrontare una tesi di laurea. In modo specifico di cosa si tratta? E’ la descrizione di un‘esperienza vissuta da me insieme ad un gruppo di anziani della casa di riposo “Il Gignoro” di Firenze e, in particolare, un tentativo di trovare il modo in cui un sapere e un saper fare musicali possono riconvertirsi e arricchirsi per dare vita a una risposta verso certi aspetti problematici della società in cui viviamo, come la disuguaglianza, l’emarginazione e il disagio.
L’intero lavoro si sviluppa intorno a due opzioni: l’animazione, intesa come pratica che ha a che fare col “fare esprimere”, e il Modello della Competenza Musicale di G. Stefani, una prospettiva della pratica musicale che comprende e valorizza ogni tipo di competenza. L’esperienza può essere letta anche come la realizzazione, mediante la musica, di progetti miei, dei soggetti, del gruppo, l’oggetto di cui tratto è quindi un gioco complesso di rapporti uomo/musica dove il primo dei due termini è rappresentato di volta in volta da persone, dal gruppo, dal soggetto sociale classificato come anziano e così via.
Quanto tempo è durata questa esperienza e come ti è venuta l’idea di portare avanti una ricerca del genere?
L’esperienza si è svolta nell’arco di due anni e mezzo (febbraio 1991-luglio 1993) articolandosi in quattro fasi: una preliminare di ricerca, contatti, osservazione e progettazione, e tre interventi. L’esperienza è nata come parte di una ricerca condotta con alcuni studenti dei corsi di Semiologia della musica e Metodologia dell’educazione musicale nell’anno accademico 1990-91. Lo scopo del lavoro era definire alcune linee delle “operatività musicali di base”, cioè definire uno stile operativo appropriato a interventi musicali in situazioni di disagio esistenti nel nostro territorio. Il nostro programma era far emergere l’identità di questo operatore musicale di base.
E qual è l’identità di questo operatore?
Un’identità complessa, naturalmente, una figura dove si intrecciano competenze musicali specialistiche con nozioni di psicologia, sociologia, antropologia, la conoscenza della condizione anziana sotto molteplici aspetti, l’attitudine all’osservazione, la capacità di condurre gruppi e così via. Basta scorrere la bibliografia e vediamo che si va dalla didattica della musica alla psicologia dell’invecchiamento. Una figura professionale inoltre dove le competenze finiscono con l’intrecciarsi con posizioni politiche e motivazioni personali. Il termine che abbiamo scelto è appunto quello di “animatore”.
Come si è sviluppata la ricerca?
Scegliemmo come campo di indagine gli anziani ospiti in strutture, la ricerca si svolse in due dimensioni: lo studio di testi (esperienze, indagini sociologiche) e il rilevamento diretto in alcuni centri e case di riposo. Giungemmo ad elaborare due proposte: una piuttosto generica attività corale e un’attività appropriata a una situazione specifica che avevamo osservato, la casa di riposo “Il Gignoro” di Firenze. Esaminando il nostro lavoro apparve come stavamo puntando l’attenzione sull’area degli interventi ricreativi, socio-culturali ed educativi rivolti alla popolazione anziana caratterizzati dal non appartenere all’insieme degli interventi assistenziali. Ed è proprio il carattere “assistenziale” dell’intervento che ci informa sul tipo di immagine culturale della vecchiaia: un’immagine negativa dove l’anziano, appunto, ha solo bisogno di assistenza. Un’immagine che rientra perfettamente in quel concetto vago di “condizione anziana” dove l’aspetto prevalente è costituito dall’emarginazione di chi non è utile al sistema produttivo e dall’impossibilità delle famiglie di farsi carico dei propri vecchi. La casa di riposo, pur essendo una risposta a certi problemi, incoraggia tale atteggiamento: l’anziano entra per garantirsi una sopravvivenza, ma se non stimolato rischia di lasciarsi andare, di perdere di vista il senso dell’esistenza e orientarsi verso comportamenti passivi. In realtà molto si sta muovendo per smantellare l’attuale immagine della vecchiaia.
Si vanno moltiplicando le proposte culturali per il tempo libero (università dell’età libera, spettacolo, sport, ecc.), si va intensificando l’incoraggiamento a non lasciare la propria abitazione con la domiciliarità dell’assistenza. Le strutture sono destinate ad accogliere i casi non gestibili. Ciò richiede un livello di formazione del personale sempre più alto. Una ricerca di nuove strategie del prendersi cura che ancora una volta non si limitino alla pura assistenza sanitaria, ma comprendano ogni aspetto della persona.
Quanti incontri hai avuto con gli anziani della casa di riposo “Il Gignoro”?
Due nella fase osservativa. Il primo con gli ospiti della zona “Rondinino” (erano presenti 12 persone, tutte donne), il secondo con gli ospiti della zona centrale della casa, la villa, e di una parte chiamata “foresteria” (erano presenti 17 persone, tra cui due uomini). I colloqui furono condotti da me insieme a Paola, una studentessa che collaborava alla ricerca. Aprimmo gli incontri con le nostre presentazioni, qualche informazione sulla nostra vita e dopo aver abbozzato la descrizione della nostra ricerca si avviarono le piacevoli chiacchierate sulle esperienze musicali dei presenti. Avevamo scelto infatti la tecnica detta “del colloquio in profondità” rispetto a interviste strutturate o qualcosa del genere. Da discorsi o comportamenti osservati avremmo dovuto cogliere l’opportunità di un intervento musicale e “quello che si poteva fare”. Qualcuno ricordò la musica che ascoltava (in generale musica classica o leggera). In pochi raccontarono esperienze di canto a livello amatoriale, da soli o in cori. Gli unici due uomini suonavano uno strumento e una donna, la signorina Anna Zuccolo, che suonava il pianoforte, assunse un ruolo particolare nelle nostre attività.. Le discussioni sulla loro condizione furono più confuse. Il ritorno all’argomento musicale, questa volta orientato alla vita presente, provocò invece molti interventi dei presenti. Nel secondo incontro venne addirittura ipotizzata un’attività musicale. Nei giorni seguenti la signorina Zuccolo scrisse i testi delle canzoni che cantammo (fase di ricerca-azione). Da quel momento percepii come quel ruolo di animatore ci aveva investito in pieno e da quel momento la mia prospettiva cambia: non più intervento come fase conclusiva della ricerca per verificare le ipotesi, ma ricerca come fase preliminare e necessaria a una serie di interventi di animazione musicali.
Quali sono le conclusioni del tuo lavoro?
Non c’è dubbio che se vogliamo incidere sulla trasformazione di situazioni di disagio occorra calarcisi dentro e rimboccarsi le maniche. Le nostre competenze possono essere flessibili, una preparazione musicale svolta con obiettivi propri (suonare, analizzare, educare) può agire su una situazione come quella degli anziani in strutture.
Un’azione sulla qualità della vita, sulla possibilità di allacciare relazioni, mettere in contatto generazioni, di aprire varchi nella tendenza all’emarginazione, ma anche un’azione sulla visione della vecchiaia. L’anziano come risorsa, come persona che ha ancora molto da dire (o da cantare...). Ho colto in questi anni un incremento della domanda di animazione da parte delle strutture pubbliche o private. Nel campo dell’animazione musicale si è avviata una scuola. Tutte indicazioni che il lavoro aveva un senso.
Hai detto che la tesi di laurea ha influenzato anche il tuo futuro lavorativo, come mai?
Nell’attività con gli anziani, ho sperimentato di come la musica sia un linguaggio utile nella relazione terapeutica con le persone disorientate, con chi ha problemi di demenza, con i malati di Alzheimer. Ho quindi frequentato le scuole di musicoterapia e di “Globalità dei Linguaggi”. Adesso lavoro con soddisfazione su percorsi riabilitativi musicoterapeutici. Non solo con anziani.
Francesca De Sanctis 29-10-2000