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SEI GIORNALISTE ALLO SPECCHIO
LILLI GRUBER (INVIATA SPECIALE DEL TG1) 25 MARZO 1998
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Lilli Gruber trucco! Perché ha deciso di fare la giornalista?
   Io volevo fare un lavoro che mettesse d’accordo la creatività intellettuale e l’impegno sociale. Quando decisi di fare la giornalista penSEI che questo mestiere avrebbe potuto conciliare questi miei due desideri.Cominciai che ero studentessa alla facoltà di lingue e letterature straniere. Ebbi molta fortuna: erano gli anni del grande boom delle radio e delle televisioni private in Italia. Riuscii ad essere assunta come praticante dall’unica televisione privata che c’era allora in Alto Adige, “Telebolzano”. Fu un’esperienza bellissima e importantissima, con tantissime ore di lavoro, tantissimo impegno e tanta energia investita. Allora c’erano redazioni serie, forti, assolutamente competitive con la Rai. Avevo ventitre anni e cominciai anche a lavorare con l’ “Alto Adige”, che è il quotidiano del Trentino Alto-Adige, dove ho lavorato nella cronaca e nell’impaginazione. Chi allora ha iniziato a fare il giornalista si è trovato di fronte ad un mondo del lavoro completamente diverso, “anomalo” rispetto ad oggi. Quando poi la selezione naturale ha ridotto il numero delle emittenti private si è tornati ai grandi vecchi mali della questione dell’accesso al giornalismo in Italia. Ho lavorato poi alla Rai in lingua tedesca, sia a Roma che a Bolzano, perché sono di madrelingua tedesca. Sono stata in seguito assunta dal TgR del Tentino Alto-Adige. Nell’86 sono stata chiamata dall’allora direttore del Tg2, Antonio Ghirelli, che cercava volti nuovi, voleva svecchiare la televisione e la guardava con gli occhi di un vero macho

Quali sono gli ostacoli che si sono frapposti nel realizzare questa sua scelta?
   Io sono entrata in Rai senza avere alcuno appoggio politico né di altro genere. Io ho avuto l’appoggio di un’intera redazione, quella del TgR Altoatesino. Ci tengo sempre a ricordarlo: è stata una battaglia dell’intera redazione per farmi assumere, perché io corrispondevo esattamente a ciò che loro volevano. Io ero già una giornalista professionista, conoscevo bene il mezzo radio-televisivo, ero perfettamente bilingue ed avevo contatti con il gruppo etnico tedesco. Il non essere “lottizzata” è stata la mia grande forza perché mi ha dato e mi da una grandissima libertà; anche una grande debolezza, perché in termini di carriera, in quindici anni che sono alla Rai, non ne ho fatta

A suo giudizio chi entra nella Rai ha le qualità per svolgere il suo lavoro?
   Non sempre, direi che non sempre è così. E’ poi ovvio che quando il meccanismo di accesso è così poco chiaro, può succedere di tutto. Il sindacato nel quale ho militato, sono stata pure nell’esecutivo, ci ha messo quindici anni per far accettare all’azienda di fare assumere il cinquanta per cento dei giornalisti per concorso pubblico. Io penso che ci siano grandi professionisti in Rai, ma anche sacche di scarsa professionalità e colleghi che sono stati assunti ed hanno fatto carriera con il metodo della lottizzazione

Quali sono i limiti che hanno ostacolato o reso più difficile intraprendere la sua carriera?
   I limiti sono nell’assenza di regole, che quando ci sono appaiono poco chiare, soprattutto in riferimento ai meccanismi di carriera. Una persona come me che crede fermamente nella cultura delle regole, è perdente in un meccanismo tale. L’accesso per cooptazione è incompatibile con la professione giornalistica, perché l’autonomia non te la regala il principe: l’autonomia nel nostro mestiere te la conquisti giorno per giorno, dicendo dei si e dei no e avendo chiaro qual è l’”abc” del mestiere

Cosa ritiene sia più difficile fare per una donna in questo mestiere?
   Io penso che oggi le giornaliste, sia in Italia, sia all’estero, abbiano ampiamente dimostrato di saper fare tutto e bene, molto spesso anche meglio dei colleghi maschi. Ancora oggi le donne nel mio mestiere, come per altri, devono dimostrare di essere più brave, più preparate, più tenaci e più flessibili dei colleghi uomini

Devono avere maggiori capacità perché qualcuno glielo richiede, oppure perché è nel loro modo di essere?
   Tutte e due le cose. Sapendo comunque che la competizione è impari dalla base è chiaro che si preparano psicologicamente ad affrontare prove molto dure. Storicamente e culturalmente le donne sono state accettate meno nei cenacoli del potere, hanno meno contatto diretto con il potere, sono quindi meno cooptabili. Ci sono comunque esempi di illustri colleghe “stralottizzate”…

Quanto conta l’immagine maschile e quanto quella femminile nel giornalismo televisivo?
   Penso che contasse moltissimo quando ho iniziato a fare i telegiornali nazionali dodici (ndr. rif.1998) anni fa. La televisione era allora maschilissima anche nella visibilità, in un momento in cui le donne nella società e nei vari mestieri cominciavano ad essere molto visibili. Io sono stata la prima donna a condurre un prime time news. Nell’86 Alberto La Volpe, allora direttore del Tg2, mi mise a condurre mi mise a condurre l’edizione delle 19,45. Era assolutamente una novità metterci una donna giovane e di aspetto gradevole. Io continuo a pensare che lo spettatore sia molto meno banale e molto più intelligente di quanto noi pensiamo. Si può quindi mettere pure miss universo a condurre un telegiornale, ma se è una capra alla lunga le capre si vedono!

Lei vivrebbe senza comparire in video?
   Ma sì, sicuramente. Io quando ho iniziato a fare il telegiornale non facevo la conduttrice, facevo solo la cronista. Poi ho iniziato con il TgR a fare tutte e due le cose

Alessandro Marcocci  16-11-2000

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