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Come è cambiato l’accesso alla professione giornalistica nel tempo? Per dirla molto rapidamente, noi avevamo un accesso alla professione secondo questo schema: qualcuno riusciva attraverso amicizie, conoscenze e metteva piede in redazione svolgendo incarichi anche molto modesti (correzione di bozze, o servizio di “accatta sigarette”). C’era una lunga pratica di abusivato che costava molto sacrificio, dopo di che alcuni di questi abusivi venivano selezionati e assunti, senza esame di idoneità, che allora non esisteva. Era un sistema un po’ brutale, molto faticoso, affidato prevalentemente al giudizio di un caposervizio, di un direttore. Grosso modo anche io ho seguito questo iter, che a mio giudizio dava anche dei risultati non spregevoli. Certo, era affidato prevalentemente alla valutazione di chi dirigeva il giornale. Poi con il tempo la situazione è cambiata, anche perché una più forte presenza sindacale ha impedito un eccessivo sfruttamento dei neofiti. Oggi non più consentito dal punto di vista sindacale l’abusivato. A mio avviso questo non impedisce un ingresso molto selezionato per appartenenze, famiglie, ecc… Un ingresso che comunque da garanzie sin dall’inizio, al contrario di quanto avveniva prima
Come è cambiato il ruolo della donna nel mondo giornalistico? Quando io sono entrata per la prima volta a Montecitorio come cronista politico dell’ “Unità” nel ’60, ero di fatto l’unica donna. Se oggi uno va a Montecitorio scopre che la maggior parte dei cronisti parlamentari sono donne e sono tutte molto brave. Da trenta anni a questa parte abbiamo una presenza di donne molto forte nei giornali, essenzialmente in ruoli di scrittura ma anche in ruoli direzionali. Ad esempio al “Messaggero” il redattore capo è una donna e si chiama Rita Pinci
A parità di formazione perché scegliere un uomo e perché una donna? Non esistono secondo me differenze tra uomini e donne, lo dico per esperienza personale. Secondo me le qualità non sono legate all’identità sessuale. Possiamo avere donne che sono molto dure nella scrittura e molto aggressive nella ricerca delle notizie. Io se fossi un direttore non mi porrei problemi di questo tipo. L’organizzazione interna del giornale è molto cambiata: le chiusure sono molto anticipate, mentre una volta i giornali si chiudevano molto tardi
Forse con le collaborazioni oggi si ovvia l’abusivato? Credo che nell’abusivato c’era qualcosa di positivo, anche perché consentiva per una certo periodo un esercizio abusivo della professione e si selezionava pure. Oggi mi sembra che complessivamente c’è un minore sfruttamento dei giovani che vogliono fare i giornalisti, ma mi sembra che anche l’ingresso alla professione sia più bloccato sin dall’inizio
Quali sono secondo lei i pregi e quali i difetti del nostro giornalismo? Uno dei pregi è che il nostro giornalismo è popolare, molto raccontato: le cronache nazionali e internazionali hanno proprio l’andamento della storia. Nei difetti io vedo una certa mancanza di approfondimento. Vengono sciorinate tante storie, ma si tende scarsamente ad approfondirle. Alle storie è spesso affiancato un retroscena, spesso in chiave di pettegolezzo. Mentre sono offerti poco, o per niente, i nessi che ci sono tra le vicende: viene così meno la possibilità o la capacità di interpretare le notizie. E’ questa una scelta editoriale che consiste nell’offrire al lettore il maggior numero di racconti. Una scelta che consente u approccio più facile e più piacevole al prodotto giornale
Ritiene che attualmente, nell’accesso alla professione, i requisiti culturali prevalgano su quelli politico-ideologici? L’ultima vera bella generazione di giovani giornalisti è quella degli anni Settanta, che sono gli anni n cui è nato “la Repubblica”. Erano giovani colleghi molto marcati dal punto di vista politico, e secondo me la marcatura politica può essere anche una cosa positiva quando non vada a scapito dell’equilibrio nella capacità di selezione. Quando invece parliamo della caratura culturale, io credo che i giornalisti italiani siano anche più colti di quelli di ieri. Innanzitutto perché la società intera vive un livello culturale più levato; poi perché al giornalista si richiedono alcune conoscenze che una volta non si richiedevano. Si parlava prima di capacità istintuali, mentre oggi si richiedono una buona laurea e una buona conoscenza di alcune lingue straniere. Una volta si entrava molto più facilmente se si aveva fiuto, se si era aggressivi
Non crede che il giornalismo riproduca i vizi dell’interno sistema politico-istituzionale italiano? Mi sembrerebbe strano se ciò non fosse. Però mi sembra anche un sistema in trasformazione. Se vuole dire che il sistema giornalistico è più vicino alle vicende politiche, piuttosto che ad altre, questo è possibile. Anche questo è un connotato specifico del nostro giornalismo che è nato e cresciuto come un giornalismo particolarmente attento alle vicende politiche. E’ anche forse un suo merito, perché è un giornalismo che ha combattuto battaglie politiche molto serie. Ricordo le battaglie portate avanti da Matilde Sarao per il risanamento di Napoli, battaglie che poi diedero luogo all’approvazione di una legge speciale. Oppure le lotte per la scoperta dei colpevoli della strage di Piazza Fontana. Quindi il nostro giornalismo, contrariamente a quanto si pensa, è un giornalismo abbastanza di lotta, al quale in parte si deve l’avvio della trasformazione del sistema politico
Quale sarà a suo giudizio il ruolo dell’informazione nel futuro? Io non credo alla fine dei giornali, così come non credo alla fine dei libri. Penso che il mondo del giornalismo dovrebbe avviarsi ad una analisi critica della sua funzione, del suo ruolo, della sua incidenza sulla pubblica opinione. Mi ha colpito un sondaggio che ho letto, che chiedeva agli intervistati quali fossero le istituzioni nelle quali avevano maggiore fiducia. L’informazione e la stampa stavano al penultimo posto, in una serie di circa venti categorie. Ai primi posti c’erano carabinieri, poliziotti, magistrati, sacerdoti, il Presidente della Repubblica. Sarebbe interessante verificare se, come e perché la fiducia nella stampa è andata diminuendo negli anni. L’avvenire dei quotidiani può essere abbastanza incerto, tuttavia è anche vero che in Italia si continuano a leggere lo stesso numero di giornali che si leggevano venti, tenta, quaranta e cinquanta anni fa. E’ anche possibile che continuiamo così; non è che vendere sei milioni di giornali sia una cifra da buttare!
Perché in Italia si vendono meno giornali di quanti se ne vendono all’estero? Secondo me ciò avviene perché da noi non c’è la metropolitana. Voglio dire che all’estero uno si compra il giornale e se lo legge comodamente seduto in metropolitana. Questa può sembrare una risposta un po’ banale, ma poi non lo è. Corrisponde ad alcune abitudini di vita. Si ha come l’impressione che i quotidiani siano letti sempre dalle stesse persone. E’ molto importante e molto impressione che si vendano oggi tanti giornali quanti se ne vendevano nel 1930-40 pur essendosi elevato il livello di scolarizzazione. Nell’immediato dopoguerra, quando è iniziato a superarsi l’alfabetismo tradizionale, i neoalfabetizzati si sono orientati a leggere i settimanali piuttosto che i quotidiani: In Italia c’è una elevata produzione di settimanali popolari femminili, o meno, con fumetti, quiz e di questi ha usufruito soprattutto la gente semialfabetizzata
Non ritiene che questi settimanali siano più vicini alla gente rispetto ai quotidiani? I quotidiani italiani rincorrono il tipo di informazione emotiva tipica dei settimanali. Basterebbe riflettere sullo spazio che è stato dedicato dai quotidiani all’assassinio di Versace e alla morte di Lady Diana. Più in la di questo non si può andare…
Per quanto riguarda i grandi problemi sociali difficilmente si trovano trattati in maniera esauriente sui quotidiani se non a mo’ di dibattito politico, di dichiarazioni di politici, di ripercussioni di tali dibattiti sull’opinione pubblica… Che sui quotidiani ci sia poco spazio per una illustrazione dei problemi che appassionano di più la gente nella loro quotidianità (ad esempio il funzionamento degli ospedali, degli uffici del lavoro e della scuola) è vero. L’approfondimento si è andato smarrendo rispetto al passato. Oggi riscopriamo sulla base di un intervento di Sergio Cofferati che esiste in Italia il lavoro minorile, cosa che invece noi giornalisti abbiamo sempre saputo. Io ricordo, tanto per fare un esempio, una celebre inchiesta di un ottimo giornalista italiano, Giuliano Zincone, pubblicata sul “Corriere della Sera” in cinque o sei puntate: trattava del lavoro minorile. E’ vero che noi abbiano abbandonato il filone dell’inchiesta e l’abbiamo sostituito con il dibattito politico sul problema (dichiarazioni di politici e di sindacalisti). In realtà non andiamo più in giro a ricercare: aspettiamo che arrivino i risultati dell’inchiesta del “Censis” o di un altro dei grandi istituti di ricerca e poi ci limitiamo a commentarli. Questo è vero, io ed alcuni miei colleghi ne siamo convinti, ma i direttori non ne sono persuasi, perciò l’inchiesta è un genere abbastanza raro. Ciò mi dispiace, ma penso che ci sia una grossa resistenza da parte dell’organizzazione del giornale: un’inchiesta può costare molto, nel senso che richiede un impegno organizzativo forte. Il quotidiano preferisce essere presente con maggiore vivacità sulla notizia del giorno, per cui sostituisce quella che una volta era l’inchiesta con una assemblaggio, anche brillante, di notizie
Il fatto di dare molto risalto alla notizia del giorno piuttosto che all’approfondimento non ricalca in qualche modo il modello giornalistico televisivo? In parte ciò è vero. Comunque il giornale oltre ai servizi dà un approfondimento, soprattutto attraverso gli editoriali, ma anche attraverso un linguaggio maggiormente riflessivo rispetto ai telegiornali
Quale consiglio darebbe a un giovane alle prime armi che si vuole avvicinare al giornalismo? Se vuole una risposta sincera, gli direi che se non conosce qualcuno che sia in una collocazione autorevole all’interno di un organismo di informazione, lo sconsiglierei. Stiamo attenti, esistono tutta una serie di prodotti giornalistici che non hanno niente a che vedere con i quotidiani. Il giornalismo si esercita anche nelle riviste di fotografia e in quelle di giardinaggio. Io ho l’impressione che molti giovani che vogliono fare i giornalisti non pensano che potrebbero lavorare in queste pubblicazioni. La confusione è forse legata ad un percorso formativo incerto, che non distingue tra figure professionali diverse all’interno del giornalismo
Allora quale ruolo può avere la formazione universitaria nell’ambito giornalistico? Io sono tra i pochi giornalisti anziani che è convinto dell’utilità delle scuole di giornalismo. In genere i colleghi della mia età, della mia formazione e della mia esperienza pensano ancora che la cosa più importante sia avere naso, fiuto, curiosità, aggressività; tutte doti comunque importanti e necessarie. Io credo però che siano importanti anche le scuole di giornalismo. Ho conosciuto alcuni colleghi usciti da esse, che sono entrati a “Repubblica” per le cosiddette sostituzioni estive, che poi il giornale ha trattenuto. Oggi sono delle ottime firme del giornale. Le scuole sono in realtà uno dei possibili canali di selezione non clientelare, se non l’unico. A me sembra che un tipo di preparazione specifica sia necessaria, indipendentemente dal fatto che venga dispensata dall’università, dalle scuole di giornalismo o dai corsi post-laurea.
Alessandro Marcocci 16-11-2000
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