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INTERVISTA CON PAOLO VIGANÒ, FONDATORE E RESPONSABILE DEL GRUPPO SOLIDARIETÀ AFRICA DI SEREGNO.
L'esperienza di un medico europeo a contatto con la cultura africana e l'emergenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo
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Gruppo Solidarietà Africa trucco! IL DOTTOR PAOLO VIGANÒ, MEDICO INFETTIVOLGO, È MOLTO CONOSCIUTO IN BRIANZA E soprattutto nella cittadina di Seregno, il comune dove è nato e dove tuttora risiede, per il suo costante impegno nelle attività del Gruppo Solidarietà Africa. Nell'intervista con Stradanove, ci illustra le attività dell'associazione, alla luce delle sue esperienze e dei suoi futuri progetti.

Il Gruppo Solidarietà Africa, una realtà fra le organizzazioni di volontariato della Brianza e del Nord Italia. Come nasce questa associazione e come opera?
   Il Gruppo Solidarietà Africa non è propriamente una classica ONG. É una ONLUS, una organizzazione non lucrativa di attività sociale, che è entrata in questo quadro normativo in base alle disposizioni del 1997, le quali avevano appunto formalizzato la nascita di queste associazioni, che hanno dei vincoli e delle facilitazioni per quanto riguarda la contabilità e le opportunità di muoversi sicuramente molto semplici. Non hanno la potenza e l'impact factor di una ONG che è riconosciuta dal ministero, quindi ha la possibilità di muovere volontari, di dare delle garanzie che noi non siamo in grado di fare.
   Hanno potenzialità molto maggiori, ed è per questo che noi in genere siamo collegati per i progetti molto grossi, molto importanti e impegnativi a delle ONG che sono Cooperazione Internazionale di Milano o la ONG dei Fatebenefratelli di Roma. Con queste abbiamo delle buone sinergie, così come le abbiamo con agenzie internazionali, con l'Istituto Superiore di Sanità Italiano, con l'OMS per quanto riguarda poi il lavoro che svolgiamo nei paesi in cui siamo presenti.
   Noi siamo partiti negli anni '80 come piccolo gruppo di medici, personale tecnico sanitario, infermieri e tecnici di radiologia appoggiato all'Abbazia dei Monaci Benedettini di Seregno, presso la quale facciamo delle attività di sensibilizzazione, delle attività di raccolta fondi, poi, chiaramente, con l'opportunità di organizzarsi come ONLUS abbiamo preferito scindere le responsabilità e i terreni d'azione in modo più netto. Attualmente abbiamo degli ottimi rapporti con l'Abbazia dei Monaci Benedettini, soprattutto per alcuni tipi di iniziative. Chiaramente abbiamo ampliato il campo d'azione e ci siamo così attrezzati e proposti di lavorare in Italia, specialmente in ambito giovanile, quindi scuole, istituti culturali, oratori, e in Africa abbiamo la nostra attività sanitaria con grossi progetti, controllati e condivisi con le autorità locali, sia proprio le autorità di villaggio sia le autorità sanitarie nazionali.

Parliamo appunto di questi progetti, progetti che coinvolgono l'Africa. In che modo vengono sviluppati? Soprattutto trovo interessante l'idea che il gruppo sia costituito da personale specializzato.
   É una buona cosa, il personale specializzato da un taglio specifico all'associazione, chiaramente limitando la possibilità di azione di altre persone. Ovviamente le persone che chiedono la disponibilità per poter lavorare in Africa sono tante, dobbiamo tagliare queste aspettative dicendo che siamo un gruppo prettamente sanitario con dei compiti prettamente formativi.
   Non abbiamo come scopo quello di andare in Africa a sostituire, ad aiutare e basta. Può succedere anche attualmente, ma succedeva più spesso vent'anni fa. Attualmente invece andiamo in Africa per condividere un percorso di formazione, di insegnamento, di miglioramento della struttura tecnica in prospettiva di far lavorare gli Africani, come diciamo di solito, con l'aiuto della nostra consulenza tecnica, logistica e dell'esperienza clinica che in genere abbiamo.

Può parlarci di qualche esempio più particolare. Come si concretizzano queste idee?
   Uno dei progetti che mi salta più all'occhio, forse perché ha un impatto notevole anche a livello emotivo, è il progetto "Voglio Vivere", che abbiamo fatto partire tre anni fa nell'ospedale di Afagnan in Togo, ed è il progetto di prevenzione della trasmissione dell'AIDS dalla mamma al bambino. Quindi, identificando le mamme durante il periodo della gravidanza come sieropositive per HIV, siamo in grado, se la mamma acconsente, questo non è una cosa molto facile, di somministrare alla madre nell'ultimo periodo di gravidanza dei farmaci idonei a scongiurare il passaggio del virus dalla mamma al bambino. In modo tale che la percentuale dei bambini che nascono HIV positivi potrebbe, può, come succede attualmente in Europa, essere ridotta dal 25% a percentuali ben al di sotto del 10%. É chiaro che questo in Europa è fattibilissimo, in Africa è molto più complesso per motivi culturali, per motivi organizzativi e logistici.
   Questo ha comportato da parte nostra la messa in campo di risorse e di fantasia a non finire; in quanto si tratta di attivare le autorità dei villaggi, non soltanto le autorità civili, ma soprattutto le autorità tradizionali, lo stregone per intenderci, il capo villaggio tradizionale, la levatrice tradizionale, cioè tutta quella coreografia di personaggi che hanno una grossa influenza culturale sulla popolazione. É chiaro che se da queste persone abbiamo un ok, abbiamo le facilitazioni necessarie, riusciamo ad arrivare alle donne, riusciamo a convincerle che è molto peggio avere un figlio sieropositivo che morirà nel giro di un anno, due anni, in modo indescrivibile, piuttosto che non rischiare di prendere compresse e comunque farsi identificare all'interno del villaggio come donna sieropositiva.
   É un percorso culturale complesso, che è alla base di un percorso clinico. Per noi è scontato, in Africa non è assolutamente così. Questo comporta la presenza nei villaggi, comporta un'interazione culturale fra noi e la gente del villaggio, comporta far lavorare moltissimo i locali, cioè gli infermieri e i medici locali, perché chiaramente hanno un impatto di conoscienza e di collegamento culturale molto più immediato con i loro concittadini, con la loro gente. É chiaro che il fatto di avere noi alle spalle da a questi una potenza di convinzioni nei confronti della loro gente molto maggiore. Quindi sono i nostri modi di lavorare che devono essere tradotti localmente con tutta la fantasia e l'inventiva possibile.
   I risultati ci sono, faticosi, molte donne non accettano questo tipo di discorso, molte donne non accettano l'allattamento artificiale che è indispensabile per garantire la non infettività successiva del bambino. Con quello che riusciamo a fare siamo comunque già arrivati a un centinaio di bambini per i quali abbiamo scongiurato l'infenzione materna infantile.

A livello più generale qual'è l'impatto dell'azione del Gruppo Solidarietà Africa nelle aree in cui opera e qual'è lo scopo finale che si prefigge? Qual'è la direzione dello sviluppo della vostra attività?
   La direzione dello sviluppo, come dicevo prima, è quello della formazione. Il problema dell'Africa a tutti i livelli, politico, economico, sociale, religioso, come si vuole, è un problema di tipo culturale. Non si tratta soltanto di portare delle risorse economiche, delle risorse tecniche. La tecnologia, i soldi, qualsiasi cosa che si vuole portati su un terreno che non ha una predisposizione, un itinerario di crescita stabilito e concordato, non stabilito da noi, ma concordato, valutato, creato con i tempi africani, con le modalità africane, se non si inseriscono gli aiuti, le sovvenzioni, la tecnologia su questo terreno è ovvio che i risultati non possono che essere scadenti e porteranno a continui pregiudizi che pregiudicheranno ancor di più l'evoluzione della situazione. Il nostro tipo di intervento è quello di insegnare agli africani quanto con loro si concorda di insegnare, non indottrinare, non culturalizzare, ma condividere con loro delle difficoltà, dei problemi, degli itinerari che non saranno la cima dell'Everest, saranno la collinetta di San Siro, ma comunque sia, saranno degli itinerari condivisi che saranno consolidati. Altrimenti creiamo delle strutture artificiose che, alla nostra dipartita, o comunque nel momento in cui per qualsiasi motivo, è ovvio che il motivo arriva, dobbiamo mollare il progetto, non lo diamo in mano, non lo lasciamo così defluire nelle mani dei locali, ma lo molliamo proprio. E nel giro di pochi mesi va tutto a farsi benedire. Quindi non ha nessunissimo significato.

Cosa spinge gli aderenti del Gruppo Solidarietà Africa a dedicare il proprio tempo a questa iniziativa?
   I nostri scopi sono tutti legati a casualità. Io sono stato in Africa nell'81, così, casualmente, con un gruppo di giovani e sono rimasto coinvolto nei discorsi sanitari. É chiaro che per un medico, per un tecnico, lavorare in Africa è esaltante, perché ti rendi conto che sei effettivamente importante, necessario per quello che stai facendo. Per cui, al di là di tanta filosofia, di tanta retorica, o anche di tanta poesia, dopo vent'anni che si va avanti e indietro queste cose sfumano un attimino, rimangono di fondo, perché, insomma, un certo senso dell'umanità occorre, continua. Diventa però anche molto facile farsi prendere, e questo può essere anche un difetto, dall'aspetto tecnico, dal successo tecnico, dal vedere le cose realizzate, le costruzioni, la gente che lavora, eccetera.
   Non è solo questo che ci interessa, che ci spinge, è anche il fatto di condividere un percorso umano con delle persone, degli individui, che hanno delle caratteristiche diverse dalle nostre, dei modi di ragionare e di pensare che sono stimolanti. Se uno ama il confronto, se ama la verifica delle proprie posizioni, questo è uno dei momenti in cui veramente si riesce a mettere a prova le proprie capacità di confronto e di maturazione con quelle degli altri.

Il GSA trova sostentamento anche da alcuni donatori a livello locale. Qual'è la risposta a livello locale, in Italia, alla vostra attività, e qual'è, ovviamente, anche quella in Africa?
   La risposta in Italia è molto buona. Noi abbiamo, ed è una cosa che tenderei a sottolineare, un grosso impegno all'interno delle scuole, a Seregno, con i vari concorsi che proponiamo sulla cultura africana, quest'anno ci sarà il concorso sul villaggio africano, una serie di iniziative a novembre, che però sono propedeutiche nei concorsi che vogliono coinvolgere i ragazzi. Il nostro scopo è quello di avere dei ragazzi che si interessino dei problemi, capiscano, con i loro modi, con le loro possibilità, con i loro limiti, ma capiscano cos'è l'africano, cos'è l'Africa, quali sono i problemi, a cominciare dagli aspetti culturali più immediati.
   Abbiamo un grosso impatto con i ragazzi. Il ritorno è sempre meno di quello che ci si potrebbe aspettare, ma visto con gli occhi un po' ottimistici, e calcolando anche la situazione economica attuale non molto felice, sicuramente abbiamo delle buone risposte, che vanno dal bollettino di cinque euro, che ti commuove quando lo vedi, alle grosse donazioni di chi ha più possibilità e crede nel lavoro che stiamo facendo. Ci sono anche degli enti pubblici, il Comune di Seregno, il Comune di Desio, con cui stiamo lavorando su alcuni progetti ben definiti, ci sono anche degli enti privati e delle istituzioni che ci danno una mano, e con questo riusciamo a realizzare dei progetti, che non sono dei grandi progetti, non sono i progetti UNICEF per intenderci, o i progetti OMF, sono dei progetti molto ritagliati sulle dimensioni del particolare, sulle dimensioni di alcune specifiche realtà ben studiate e con le quali condividiamo questo itinerario. L'importante è che perdiamo del tempo, della fatica per condividere con le persone locali questa cosa; piuttosto che fare un monumento, facciamo anche una capanna, ma facciamola insieme, facciamola costruire a della gente che sia convinta dell'utilità di queste cose.
   Quando ne parliamo in Italia, cerchiamo il massimo del coinvolgimento dei ragazzi e dei giovani, magari evitando alcuni exploit tecnici, ma cercando di coinvolgere il maggior numero possibile di persone. Anche se rimaniamo un gruppo di tecnologi ad alta specializzazione, ma il cuore ci rimane comunque.

Parliamo infine di difficoltà e di progetti per il futuro.
   Allora difficoltà, sono un po' sempre difficoltà economiche, perché chiaramente più si viene riconosciuti, più ci viene richiesto l'intervento. É di questa mattina l'intervento sull'AIDS in un grosso ospedale della Tanzania, per il quale dobbiamo sentire un po' il consiglio direttivo, ma sul quale ho già espresso delle grosse perplessità, perché non è solo questione di soldi, è questione di risorse umane. In quell'ambiente della Tanzania, in quella specifica realtà i finanziamenti ci sono, mancano le persone, capaci e in grado di gestire la situazione. Quindi le richieste ci sono, più si va avanti, più ci sono richieste. Chiaramente a queste non corrispondono poi le risorse per poterci adeguare.
   Noi siamo abbastanza presenti in Africa Occidentale, quindi Togo, Benin, Ghana, Costa d'Avorio, Congo, Camerun, abbiamo i nostri punti strategici. É chiaro che una maggior presenza di risorse ci permetterebbe di andare incontro e essere disponbili per progetti più grossi e impegnativi, ma le risorse sono quelle, quindi i limiti sono questi. Il nostro obiettivo non è comunque quello di diventare una grossa associazione, con grandissima visibilità.
   É chiaro che la visibilità ci serve, però cerchiamo di rimanere, sia qua in Italia, sia in ambito locale africano, una realtà che sia molto elastica, che sia molto adattabile a delle situazioni contingenti locali. Per cui siamo molto responsivi sull'urgenza, non sull'urgenza catastrofica come può essere l'urgenza di una guerra o di un disastro, ma sull'urgenza in alcuni settori particolari della sanità.
   Abbiamo a disposizione tecnici, abbiamo a disposizione medici in grado di partire abbastanza rapidamente e di risolvere alcuni problemi o di gestire alcune situazioni di tipo formativo, di tipo scientifico. Vogliamo restare in questa dimensione e non so cosa poi succederà all'indomani, però anche la nostra prossima missione, che stiamo per intraprendere da sabato, è una missione fatta in questo modo. Una dimensione di piccole realtà, con incontri con i ministri, con i responsabili delle grosse strutture sanitarie locali, ma sempre nell'ottica dell'attenzione alle realtà locali con cui dobbiamo lavorare.

Matteo F. M. Sommaruga  24-09-2003

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