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PARI OPPORTUNITÀ. OVVERO STESSI DIRITTI E STESSE POSSIBILITÀ. Questo dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire, in ambito lavorativo, sociale e politico. Ma la realtà non è questa. Le donne non sempre sono considerate al pari degli uomini e sono soggette a maltrattamenti, divenuti purtroppo una consuetudine. In nessun paese del mondo le donne, in politica e nel settore imprenditoriale, sono numerose quanto gli uomini. Negli ultimi anni si è riscontrato qualche progresso soprattutto per quanto riguarda il parlamento, ma in difesa delle pari opportunità la maggior parte dei governi non si è mossa. Le quote Rosa vengono ostacolate dai grandi imprenditori, che credono sia soltanto un modo per opprimere le loro aziende, senza produrre nessun beneficio. Eppure tenere le donne fuori dagli incarichi amministrativi è incompatibile con una buona gestione aziendale. La crescita costante del tasso di partecipazione delle donne alla forza lavoro, che si attesta in media al 56,6%, indica una riduzione del divario di genere, ma non è così in tutte le parti del mondo, dal momento che la crescita è più contenuta (32%) in Medio Oriente e nel Nord Africa. Bene invece l’America Latina e i Caraibi, dove è aumentato del 35% il numero di donne che ricoprono posti di responsabilità e di alto livello, e questo indice cresce rapidamente anche in Asia, che pur con un valore assoluto ancora basso (8,6% di donne in posizioni professionali di rilievo) ha registrato quasi un raddoppio nell’arco di nove anni. Nonostante l’impegno nella riduzione del divario di genere, la persistenza del divario uomini-donne in materia di occupazione e retribuzione rimane, e la necessità di adottare politiche integrate contro la discriminazione salariale e contro la segregazione di genere, cercando al tempo stesso di conciliare lavoro e famiglia, è sempre più attuale. Il problema delle pari opportunità non è però circoscritto solo in campo politico e lavorativo. Esiste in Italia una legge, la 152 del ‘75, che vieta di mascherarsi o coprirsi il volto in modo tale da non poter essere riconoscibili, la cosiddetta legge anti-terrorismo; questa legge viene applicata "ad personam". Ma se la legge è uguale per tutti, per le donne musulmane è invece inapplicabile. Il presidente Prodi, ha proposto che le donne musulmane, in Italia, siano trattate da cittadine italiane perché considera l’uso del velo una questione politica: dietro al gesto di coprirsi il volto delle donne musulmane, infatti, non c'è solo una religione, ma un "sistema sociale" che nelle sue interpretazioni integraliste coincide indissolubilmente con le norme imposte dai teocrati e dai teorici intransigenti dell'islam. In queste forme sociali, l'individuo e i suoi diritti sono subordinati alla collettività e quest'ultima alle regole religiose. Questo conservatorismo sta scomparendo in moltissimi paesi arabi, e la maggior parte degli stati musulmani si proietta al modernismo legislativo del mondo occidentale. Integrare le donne musulmane nella nostra società, spogliandole dal velo, non equivale alla loro liberazione da un sistema collettivo integralista; più probabilmente, significa far sì che si inasprisca lo scontro all'interno delle piccole comunità in cui vivono, in cui le regole intransigenti rimangono intatte indipendentemente dalla legge in questione. È necessario che il mondo islamico capisca, senza equivoci, che l'accettazione delle norme del diritto positivo italiano non prevede una conversione religiosa. I movimenti Islamisti hanno cercato di imporre il velo e di togliere la propria l’ identità alle donne, ma queste hanno tentato di resistere, aggiungendo qualche ricamo prezioso come timida manifestazione di individualità, scoprendo sempre più il capo e truccandosi in modo evidente. Non è un caso se oggi si moltiplicano le sfilate di moda “islamica” per rispondere alle esigenze femminili sempre più diversificate, dove gli stilisti giocano sottilmente con i divieti senza mai trasgredire alle regole imposte. Dopo la sconfitta dei Taliban, per le donne afgane doveva cominciare l’epoca della libertà… ma a caro prezzo: oggi molte di loro sono costrette a prostituirsi - non potendo permettersi un lavoro poiché analfabete - per sopravvivere in un paese sempre più povero, e che non promette alcun miglioramento agli occhi del mondo. In questi casi estremi, le donne sono costrette a vendere il loro corpo per mantenere le famiglie numerose, il tutto nascosto dal marito e dalla società, poiché la nuova costituzione afgana segue la Shaira Islamica, ovvero la legge divina contenuta nel Corano, che vieta la prostituzione. Questo è un problema forse sottovalutato, tuttavia i ministri rifiutano di riconoscerne la gravità, anche se sono stati istituiti luoghi di appoggio e di istruzione per le donne disagiate. Ma esistono situazioni ancora più gravi: in tutto il mondo, indipendentemente da religione e cultura, le donne vengono trattate spesso ingiustamente e talvolta anche con durezza eccessiva. E non solo: il confine tra maltrattamenti ed omicidi è molto sottile. La maggior parte dei delitti sono d’onore ed avvengono in ambiente familiare: i parenti giudicano il crimine e stabiliscono la punizione. Il numero delle morti non è aumentato, ma la consapevolezza di questa realtà si è fatta forte ed è impossibile tener nascoste notizie di abusi e violenze sulle donne. Da una recente indagine sul ruolo della donna condotta dal professor Aytekin, è emerso che alla domanda “Cos’è l’onore?”, il 32,9% degli uomini ha risposto “Mia moglie, mia sorella, mia madre e la famiglia”. Al quesito “Qual è il dovere di un uomo?”, il 70% ha risposto “proteggerle”, il 13,9% “tenerle d’occhio”. Da quest’ultima affermazione si evince che la convinzione che le donne siano esseri umani più deboli, che rischiano di commettere errori o prendere la strada sbagliata in qualsiasi momento, è ancora radicata nella mentalità. Cambiare è difficile. Il lavoro da fare è tanto. Ma non bisogna chiudere gli occhi o far finta di niente. Le pari opportunità devono diventare una realtà, e non solo un ideale o un'utopia. E per questo occorre l'impegno di tutti.
Martina Pittureri, Emanuele Gaiba, Marika Fenara e Martina Fabbri
la redazione 30-05-2007
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