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È VERO CHE ABBIAMO A CHE FARE CON TECNOLOGIE ormai irrinunciabili per il nostro stile di vita, il nostro benessere e finanche la nostra sicurezza. È noto a tutti che per poter utilizzare qualunque apparecchio elettrico sono necessari gli elettrodotti che trasportano e distribuiscono l'energia elettrica, per parlare con il telefonino sono necessarie le antenne sui tralicci o sugli edifici, per vedere la televisione ed ascoltare la radio ci vogliono gli impianti radiotelevisivi, per volare in sicurezza sono necessari i radar, e così via. In molti casi è inevitabile la presenza di questi apparati vicino agli edifici, e in futuro il problema si accentuerà, anche a causa del crescente numero di tali apparati e della sempre maggior esigenza di disporre di spazi non lontani dagli insediamenti abitativi.
Ma ricordiamoci che al crescere del numero di persone potenzialmente esposte al rischio crescerà anche l'allarme fra i cittadini, ed emergeranno nuove e "rumorose" forme di protesta e di richiesta di intervento. È facile ipotizzare che il dibattito non toccherà soltanto aspetti tecnici, ma si fonderà su richiami all'equità e alla giustizia sociale. Si farà pressante la richiesta che il rischio derivante da benefici comuni non sia "scaricato" esclusivamente su alcuni gruppi ma sull'intera collettività, e dato che non è possibile in questo caso distribuire equamente il rischio, che sia almeno l'intera collettività ad accollarsi i costi necessari per ridurlo.
I costi di questi interventi potranno essere accollati all'intera collettività attraverso alcune strategie finanziarie. Naturalmente qualcuno ribatterà che i costi per ridurre l'esposizione sono eccessivi e che non può essere un problema della collettività ma, eventualmente, un problema che devono risolvere i politici.
Prima di esprimere un'opinione su questa ipotesi fortemente protezionistica, ispirata cioè alla filosofia della prudent avoidance statunitense, sarebbe utile che ciascuno di noi si mettesse nei panni di chi abita vicino a queste fonti di rischio lasciando da parte, per un momento, i soliti comportamenti egoisti del tipo "va tutto bene purché non nel mio giardino". Anche da questo autoesame dipende la soluzione della spinosa questione dell'inquinamento elettromagnetico.
Un primo segnale di attenzione verso questi problemi potrebbe arrivare dalle istituzioni qualora adottassero alcuni interventi tecnici di riduzione dell'esposizione sicuramente costosi ma efficaci, quali, per esempio, la sostituzione delle linee elettriche aeree ad alta tensione con i cavi interrati o con le linee compatte (soprattutto in quelle situazioni più a rischio come aree adibite ad attività scolastica, sanitaria e di edilizia residenziale), la riduzione della potenza o la modifica delle tecniche di progettazione e di installazione degli impianti radio base e radiotelevisivi, la ricerca di una loro dislocazione in siti lontano da zone urbane e così via.
Alcune delle indicazioni sopracitate sono da tempo oggetto di discussione e sono state inserite anche in alcune proposte di legge nazionali sull'inquinamento elettromagnetico (Disegno di Legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, A.C. 4816). Anche la recente approvazione del decreto Interministeriale sui campi elettromagnetici ad alta frequenza (Decreto 10/9/1998, n. 381) che prevede limiti che tengono conto delle esposizioni croniche, è un segno che qualcosa si sta muovendo in favore di una maggior attenzione alla salute dei cittadini.
Non c'è dubbio che ci troviamo in una situazione piuttosto complessa e confusa, ed in questa situazione i cittadini si stanno attivando autonomamente per diventare loro stessi degli esperti, in grado cioè di poter effettuare un confronto critico delle posizioni dei vari ricercatori, vagliando i numerosi dati scientifici, le varie pubblicazioni specialistiche, e così via.
Ma quando il cittadino si muove da solo significa che qualcosa non va!
Dobbiamo dare ai cittadini riferimenti in grado di assicurare quelle garanzie di autonomia e di neutralità necessarie per essere credibili e per ricreare quel consenso tra le parti coinvolte in queste problematiche.
Ciò potrà avvenire se emergerà un nuovo stile di gestione del rischio, consistente non soltanto in risposte tecniche a valutazioni probabilistiche, ma attento anche alle aspettative, ai bisogni e alle legittime preoccupazioni dei cittadini. Anche perché sono convinto che continuare su questa strada prima o poi porterà ad una totale delegittimazione della credibilità della scienza, delle istituzioni e delle autorità, e come conseguenza ad una perdita di ruolo dei soggetti responsabili nel contesto decisionale.
Qualcosa in questo senso, purtroppo, è già iniziato.
A proposito dell'autore...
Paolo Bevitori 30 settembre 1999
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