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SE PENSAVATE DI ASSISTERE ALLA MESSA IN SCENA DI “GIACOBINI” GUARDANDO INCURIOSITI uno spettacolo da godersi con un certo distacco vi sbagliate di grosso. Evitare di farsi coinvolgere dall’evento teatrale del Trentennale Dams è quasi impossibile, più che altro per il semplice motivo che gli attori, oltre ad essere sul palcoscenico (in questo caso nel teatro Navile di Bologna), sono seduti in mezzo al pubblico. Questa soluzione, ideata dal regista Arnaldo Picchi per favorire una compenetrazione totale tra attori e spettatori, permette di superare la barriera che di solito li separa e la scelta di allestire lo spettacolo al Teatro Navile, che ha una sala teatrale molto piccola, di sicuro ha favorito l’incontro tra artisti e fruitori. Ma perché mettere in scena il testo di Federico Zardi? Una bella sfida, d’altronde è tipico di Picchi cimentarsi in testi difficili. “Giacobini” è stato scritto nel 1955 ed è andato in scena al Piccolo di Milano con la regia di Strehler nel ’57. “La vicenda storica dei Giacobini (cioè del gruppo che prese il potere in Francia tra il 1793 e il ’94) – spiega il regista – conserva l’esemplarità terrificante di un punto di crisi politica in cui tutte le modalità con cui gli uomini percepiscono il proprio esistere furono spezzate e rifatte”. In realtà il testo di Zardi è stato usato da Picchi nel suo impianto generale, ma dato che mancavano personaggi importanti come Marat, Danton, Roux o Buonarroti, il regista ha pensato bene di ricorrere ad altri testi: “Marat-sade” di Weiss, “La morte di Danton” di Buchner, “La caduta di Robespierre” di Coleridge, “Robespeierre” di Rolland. Così, dall’intreccio di questi scritti, è nato lo spettacolo interpretato da studenti o ex studenti del Dams che frequentano il laboratorio di Istituzioni di regia condotto dal professor Picchi. E come ogni spettacolo di Picchi, proprio per la particolarità di lavorare con un gruppo di giovani che non è mai lo stesso, ma in cui si aggiungono sempre nuovi studenti, anche in questo caso si avverte la differenza tra attori “vecchi” e “nuovi”, cioè si sente lo scarto tra chi frequenta il laboratorio da diversi anni rispetto a i nuovi arrivati. Ma in fondo non c’è nulla di strano in questo, anzi, è una caratteristica peculiare di questo movimentato gruppo di attori, che, tra l’altro, si impegna molto in ogni rappresentazione. Ma che cosa ha rappresentato per Arnaldo Picchi portare in scena “Giacobini”? “Portare in scena la Rivoluzione giacobina – precisa Picchi – significa portare in scena l’immaginario che nella mente li accomuna, lo sconcerto e l’ammirazione, gli interrogativi che ancora provocano in noi: lo sforzo e l’impotenza, la caduta delle tenebre, nell’irrealtà del tempo, quando la ricerca del bene e delle felicità per tutti, per la forza stessa della passione, del coraggio morale che la spingono, diventa oppressione, dittatura, terrore. Ma anche qualcos’altro e di peggio: l’inferno a ruoli fissi e l’obbligo di doversi ogni tanti ripresentare, con un altro corpo in quella stessa parte in quella stessa scena. E quindi non tanto le loro parrucche incipriate, o le coccarde, il sangue, le assemblee, le feste e la ghigliottina, ma quegli uomini nella loro natura di evocatori, la loro natura spettrale”. E lo spettacolo andato in scena al Navile è il regalo che l’indirizzo Teatro del Dams ha voluto fare al trentennale corso di laurea.
Francesca De Sanctis 05-03-2001
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DAMS Trent'anni... e non li dimostra!
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