Le vie dei festival 2002 6 ottobre ore 22.30 Teatro delle Passioni Vie in festa Immagini e suoni a cura di Pietro Babina Ingresso gratuito Una festa di musica e immagini da l'avvio al programma. Curatore della serata, Pietro Babina illustra così il programma: "L'associazione tra musica e immagine di qualunque natura esse siano, è forse il più antico processo evocativo. Che da questo rapporto scaturiscano significati occulti ed imprevisti è quasi automatico, la semplicità e l'efficacia di questo processo ci ha portato spesso ad abusarne e in molti casi a parlare di arte quando non c'era. Propongo dunque da artista qualcosa di pre-artistico, cioè un processo di stimolazione che poi, in un secondo tempo, se filtrato e adeguatamente guidato, potrebbe assumere un connotato artistico. Propongo un accostamento libero di immagini e di suoni da guardarsi come una macchia di Rorschach, un accostamento casuale in cui di non casuale ci saranno solo la selezione dei suoni e delle immagini, ma le risultanti emotive o intellettuali di questi accostamenti saranno totalmente e perfettamente evocative, cioè prive d'Arte". Teatro-danza da: Brugge 2002, Holland Festival, Danças na Cidade Lisbona, Internationales Tanzfest Berlin, La Bâtie-Festival de Genève, Tanzquartier Wien 10, 11 ottobre ore 21 12 ottobre ore 21.30 Teatro Comunale in collaborazione con Teatro Comunale di Modena, nell'ambito de "L'altra danza" ALIBI ideazione e regia Meg Stuart creato con e interpretato da Simone Aughterlony, Joséphine Evrard, Davis Freeman, Andreas Müller, Vania Rovisco, Valéry Volf, Thomas Wodianka scene e costumi Anna Viebrock drammaturgia Bettina Masuch video Chris Kondek musica Paul Lemp testi Tim Etchells, David Wojnarowicz, Katharine Jones, Damaged Goods luci Gunnar Tippmann, Anna Viebrock direzione tecnica Britta Mayer suono Oliver Houttekiev assistente scenografo Frieda Schneider assistente ai costumi Carola Ruckdeschel assistente video Aliocha Van der Avoort produzione Bettina Holzhausen musica Paul Lemp / Peleton in collaborazione con Cobra Killer, Low Tide Digitals, Marek Goldowski, Trost, Peter Simon, Bo Wiget, M.Flux suonatori Milica Lazic, Anne Katrin Faber, Yvonne Smeulers, Sophie Lüssi, Isabel Medero Castro, Iris Schindler, Yoon-Jeong Yi direttore Bruno Weinmeister Damaged Goods in coproduzione con Schauspielhaus Zürich, Kaaitheater (Bruxelles), Théâtre de la Ville (Paris), Théâtre Garonne (Toulouse) con il supporto di Government of Flanders Meg Stuart / Damaged Good è artista residente presso la Shauspielhaus di Zurigo In lingua inglese con sottotitoli in italiano Prima nazionale Il 10 ottobre, dopo lo spettacolo, incontro con Simone Aughterlony, Davis Freeman, Paul Lemp Meg Stuart è una delle più importanti coreografe contemporanee. Danzatrice e coreografa americana, la Stuart lavora abitualmente in Belgio, ma dal 1994 è in residenza artistica in Svizzera da quando Christoph Marthaler la ha invitata alla Schauspielhaus di Zurigo insieme alla sua compagnia Damaged Goods. I suoi primi lavori, rappresentati in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, le hanno permesso di venire identificata con "il nuovo che avanza" sul fronte delle arti del corpo. Per lo spettacolo ALIBI - prima creazione realizzata insieme a Damaged Goods presso la Schauspielhaus di Zurigo -, la Stuart ha fatto in modo che attori e danzatori, scenografo, video artista, compositore e scrittore-regista lavorassero assieme creando un ambiente teatrale nel quale la presenza fisica e quella virtuale potessero essere messe a confronto. In ALIBI il desiderio di realtà si scontra con una realtà che è divenuta spettacolo. Ancor più che nei lavori precedenti, il rischio vi gioca un ruolo importante e, per due ore, i sette performers evocano in scena situazioni molto estreme. ALIBI è uno studio eccitante e turbolento su profonde sofferenze che si manifestano in esplosioni di violenza. "Tutto ciò che posso dire è che mi interessa il corpo con le sue possibilità espressive. Soprattutto le cose che tradiscono/rivelano il corpo. Il corpo che è costretto a camminare o a muoversi mentre vuole sdraiarsi e riposare; il corpo che nasconde i suoi desideri; il corpo completamente decrepito; un corpo sofferente; un corpo che vuole amare. Mi interessano la coreografia, il movimento, lo spazio. Forse mi sto sempre più avvicinando al territorio tra teatro-movimento e danza, o tra teatro e danza, o tra arti visive e danza, non saprei. Il mio background è la danza, è da lì che vengo; sono vecchia del mestiere. Ed è con questo bagaglio di esperienza che faccio ciò che faccio. Indubbiamente siamo tutti molto grati e contenti che Duchamp abbia presentato un oggetto quotidiano in un museo e lo abbia chiamato arte. Credo sia molto importante continuare a riflettere su che cosa sia la danza; in tal modo essa può svilupparsi e ampliarsi. Non racconto storie lineari nel mio lavoro, racconto una finzione fisica. La scena finale di ALIBI è movimento allo stato puro, per venti minuti gli artisti giacciono a terra e si agitano tremanti. Questo per me è danza. Il potere espressivo del corpo ci dà in quella scena la possibilità di dire qualcosa riguardo la condizione in cui tutti noi ci troviamo, e lo facciamo usando pochissimi mezzi, senza passi di danza virtuosistici, senza gesti grandiosi. Le tensioni, la paura, l'incertezza, le domande". Meg Stuart Prosa da: Drodesera Festival 11 ottobre ore 24 12 ottobre ore 19 Teatro delle Passioni Gente di plastica ideazione e regia Pippo Delbono Compagnia Pippo Delbono con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Enkeleda Cekani, Margherita Clemente, Piero Corso, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Fausto Ferraiuolo, Gustavo Giacosa, Simone Goggiano, Elena Guerrini, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Maura Monzani, Pepe Robledo luci Tommaso Rossi, Fabio Sgommino Berselli fonica Matteo Braglia Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Teatro Metastasio Stabile della Toscana Gli spettacoli di Pippo Delbono e della sua Compagnia (un repertorio di otto titoli, di cui cinque coprodotti da ERT) affrontano ormai da anni un turbinante calendario che li vede avvicendarsi in molte città italiane e presso importanti festival all'estero. Dopo un eccezionale successo riportato quest'estate al Festival d'Avignon con una personale tutta dedicata al loro lavoro, per "Le vie dei festival" Emilia Romagna Teatro Fondazione, presso cui Delbono e la sua compagnia sono residenti già dallo scorso anno, ripropone l'ultima produzione, Gente di plastica. Plastic people è il titolo di una canzone di Frank Zappa. È difficile per me parlare di uno spettacolo appena nato. C'è il mondo ironico e spietato di Frank Zappa, che ho inseguito per anni, la sua musica, ci sono le parole di Sarah Kane che ho incontrato e amato a poco a poco. C'è stato lo scendere con lei nel dolore - forse lo spettacolo è un omaggio a lei -, ci sono stati diversi finali (come finire, dove finire?), c'è stata la voglia di speranza, ma prima la necessità di coscienza. C'è verso la fine una canzone dei King Crimson - Starless (Senza stelle). C'è la voglia di ironia, la paura, la confusione, la necessità di aspettare ancora per capire di più. ... il tempo forse... Pippo Delbono Tra verità e necessità: intervista a Pippo Delbono (...) gli abbiamo chiesto di raccontarci dello spettacolo e lui, con una pacata impennata di pensiero, ci ha parlato del teatro, come lo intende lui, un teatro libero da schemi, un teatro d'avanguardia ma allo stesso tempo tradizionale, se tradizionale significa avere in sé elementi ancora decodificabili, non soffocati dal preziosismo formale di tanti linguaggi intellettualistici. Un teatro che ha sete di realtà, della realtà delle persone, un qualcosa che centra con l'attore ma anche con la verità, sebbene la scena, apparentemente, non ne sia il luogo deputato: l'affascinante ambiguità della finzione scenica, che non significa essere altro da sé ma far sì che il proprio sé esca nella sua fragile bellezza. La ricerca ossessiva del vero, nella sua vulnerabilità, nelle sue contraddizioni. Ed è nulla, allora, comprendere il senso di tutto il suo percorso artistico, capire perché figure solitamente ai margini della società sono diventate protagoniste dei suoi spettacoli, intuire il motivo per cui barboni, extracomunitari o portatori di handicap fanno parte, oggi, della sua compagnia, portando ogni volta sulla scena, dice, una verità che difficilmente ha trovato negli attori. Verità dunque, soprattutto in questi tempi inquieti e disgraziati. "Siamo in un momento in cui c'è molto bisogno di verità - ci dice - crollano le torri, scoppia la guerra, i politici continuano a parlare, la televisione ci mostra continuamente finzioni, cose che non sono vere, ci danno notizie spettacolari, spostano l'orientamento dei nostri sentimenti su certe cose, ce ne fanno dimenticare altre, ci manipolano. Allora mi sembra importante che il teatro sia un luogo di verità estremo, così estremo che ora mi verrebbe da dire che non mi interessa nemmeno fare dei testi, attaccarmi a cose che per metafora parlano di altre, preferisco andarci a finire direttamente in quelle cose". 19 ottobre ore 21 Sala Truffaut in collaborazione con Associazione Circuito Cinema Because I Sing Film regia Sophie Fiennes / Alain Platel Artangel & Channel 4 In lingua inglese Prima nazionale Ingresso gratuito Dopo la proiezione, incontro con Alain Platel Uomo di teatro dalle molteplici sfaccettature, il belga Alain Platel, di cui Modena ha già apprezzato nelle scorse stagioni tutti i lavori in cui i confini tra danza, teatro, musica apparivano continuamente travalicati, porta ora in città un film che equivale ad uno straordinario ritratto corale di Londra. Because I Sing è un 'inventario' dei cori della città dalla A alla Z, cori sacri e laici, presentati uno accanto all'altro in omaggio al canto, attività democratica per eccellenza, estranea a tutte le distinzioni di classe. Sotto la direzione di Platel e la direzione musicale di Orlando Gough, il progetto è partito alla ricerca dei cori nascosti di Londra ed ha invitato sedici diversi gruppi, per un totale di cinquecento voci, a partecipare ad un concerto che è stato eseguito due sere alla Roundhouse di Londra nel marzo 2001. Parallelamente, la cineasta Sophie Fiennes ha intrapreso un proprio percorso stringendo relazioni con gruppi corali amatoriali per catturare qualcosa dei loro mondi così differenti - a casa, alle prove e al lavoro. Il risultato è un viaggio intenso e fuori dal comune attraverso le voci inascoltate di Londra e delle comunità nelle quali risuonano. Un inno alla tolleranza, a uno sforzo comune e collettivo. prosa da: Ortigia Festival Teatro Greco di Siracusa, Internationalen Welt-Theater-Festival Art Carnuntum di Petronel, Festival de Teatro Classico di Mérida 22, 23 ottobre ore 21 Teatro Storchi Pentesilea di Heinrich Von Kleist ideazione e regia Peter Stein traduzione Enrico Filippini con Maddalena Crippa e con Graziano Piazza, Anita Bartolucci, Pia Lanciotti, Debora Zuin, Giuseppe Antignati, Alessandro Riceci, Giovanni Vettorazzo e il coro delle Amazzoni Maria Cuevas, Katerina Daskalaki, Anna Della Rosa, Barbara Esposito, Stefania Gouliotis, Irini Kirmizaki, Silvia Paoli, Tatiana Supervia, Chiara Tomarelli, Frosso Trauma, Apostolia Tsolaki, Greta Zamparini scene Dionisis Fotopoulos costumi Franca Squarciapino musica Arturo Annecchino luci A.J. Weissbard movimenti coreografici André Gingras maestri del coro Valere Oreshkin, Luigi Marzola CRT Artificio in coproduzione con Attiki Cultural Society - Change Performing Arts - Comune di Urbisaglia/Teatri Antichi Uniti - Ortigia Festival Siracusa - Festival de Teatro Clasico de Merida - Otel.lo Barcelona - Festival Art Carnuntum Wien e in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione IL 22 ottobre, dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia Dopo aver realizzato con successo la grande impresa di portare in scena la versione integrale del Faust, il grande regista tedesco Peter Stein ha rivolto la sua attenzione ad un altro grande caposaldo della letteratura tedesca, la Pentesilea di Heinrich Von Kleist. La proposta di Peter Stein - già regista di una memorabile Orestea - si è quindi orientata verso uno dei miti più affascinanti della classicità, quello delle amazzoni e della tragica vicenda amorosa di Pentesilea ed Achille, ma nella versione romantica di Kleist che non esita a rovesciare il mito ed a trasformare la vicenda in una straordinaria metafora del rapporto uomo-donna. Del testo originario, il regista isola i momenti "eroici" del confronto tra i due protagonisti, interessandosi soprattutto al rapporto fra uomo e donna in tutta la distruttività che Kleist ha esaltato: dal momento estremo in cui, resa folle, la regina della amazzoni divora il proprio amante dopo averlo vinto in battaglia, fino al suicidio di lei. Stein trasforma inoltre tutta la restante parte narrativa nell'azione di un "coro", composto da ventinove Amazzoni, che diventano un personaggio collettivo dai molti volti. Affiancata da altri sette attori, Pentesilea ha il corpo, la voce e la forte presenza scenica di Maddalena Crippa, La produzione ha coinvolto oltre sessanta persone tra artisti e tecnici, provenienti da 8 diverse nazioni, con la partecipazione di un coro di amazzoni composto da ventinove giovani attrici e danzatrici di quattro paesi e lingue diverse, selezionate con il supporto delle istituzioni teatrali coinvolte. Ho sempre inteso il mio lavoro come una ricerca per capire meglio cosa sia il teatro. In primo luogo, attraverso le opere d'arte anche minori, mi dà la possibilità di mettermi in contatto con uomini, tempi, paesi, luoghi, totalmente estranei a me. Solo così posso dialogare in maniera direttissima con persone che non sono vive o che abitano non so dove, che hanno pensieri diversi dai miei. Se siamo bravi, a differenza delle altre arti, a teatro possiamo parlare a Eschilo. Senza essere i restauratori dei bronzi di Riace, possiamo far finta di essere Eschilo, di avere inventato un testo attraverso cui dialogare emotivamente e intellettualmente con culture e tempi lontani. Questa magia per me è la cosa più importante, il rapporto quasi diretto in ossa e carne non soltanto con le opere classiche ma anche con un autore che vive a dieci chilometri e che ha sviluppato un modo di pensare di cui io mi posso appropriare. Posso quasi parlare come lui. Gli attori possono offrire al pubblico l'opportunità di sentirsi presenti a tempi, personaggi e problemi estranei alla loro vita che, tuttavia, svelano un aspetto diverso dell'esperienza della vita. Inoltre, mi interessa la memoria di un comportamento ormai estinto ma che si può rievocare in quanto corredo genetico della razza umana. Si possono risvegliare persino i Neanderthal che sono dentro di noi, attraverso quella strana capacità che l'uomo condivide con gli animali: il mimare. Peter Stein Prosa da: KunstenFESTIVALdesArts Bruxelles, Kampnagel Amburgo, Eurokaz Festival Zagabria, Santarcangelo dei Teatri, Kaserse-Basel Festival Basilea 30 ottobre ore 21 Teatro Storchi Iliade scritto e diretto da Pietro Babina con Marco Valerio Amico, Alessandro Cafiso, Massimiliano Martines, Mauro Milone, Andrea Mochi Sismondi, Manfredi Siragusa capocomicato Fiorenza Menni voce delle dee Lola Sofia Duve voce del poeta e degli dei Enrico Mariottino scenografia Pietro Babina (ideazione), Giovanni Brunetto (realizzazione), Sandro Caselli (macchinista) costumi e decori Fiorenza Menni live multimedia Nicola Zonca - Studio Arkì sound design Alessandro Saviozzi - Studio Arkì musiche Pietro Babina direttore della fotografia Gigi Martinucci post produzione video Pierpaolo Ferlaino tecnico del suono Roberto Rettura Teatrino Clandestino in coproduzione con Kunstenfestivaldesarts, Santarcangelo dei Teatri, Le-Maillon Theatre de Strasbourg dopo lo spettacolo, incontro con Pietro Babina e Fiorenza Menni Dopo il debutto a Bruxelles, nell'ambito del KunstenFestivaldesArts e la prima nazionale al Festival di Santarcangelo questa estate, giunge a Modena l'ultima creazione di Teatrino Clandestino, Iliade, uno spettacolo che affronta il primo poema del mondo occidentale per riscoprirne la sua natura originaria di suono, azzerandone le immagini "visive". L'Iliade è un testo che non è un testo, la sua origine non testuale mi fa sentire libero di trattarla come fosse un suono, come fosse un armonico fondamentale del nostro immaginario, è per me sostanzialmente un materiale immaginario di immaginazioni, di figure e di suoni. Ciò che più mi affascina nell'Iliade è il suo potere evocativo e resto sempre colpito nel riscontrare in essa, nei suoi racconti, una vicinanza interiore potentissima. Mi esalta che di questo testo, si possa dire tutto, la filologia iliadica è anch'essa fantasia, credulità, illusione; congetturare su essa appare più come un esercizio di fantasia, più o meno colta, più o meno di buon senso, ma sempre pura fantasia ed anche le scoperte archeologiche ne rafforzano l'aspetto fantastico; Schleimann appare più un mago un esoterista che un uomo di scienze. L'Iliade mi ricorda un meteorite piovuto da una galassia lontana, di cui non possiamo negare l'esistenza, perché è lì, sotto i nostri occhi e lo possiamo toccare, ma da dove venga, che cosa sia realmente, come si sia formato, come abbia attraversato altri mondi per poi divenire quello che è nessuno e tutti possono dirlo. Per questo forse la mia prima immagine dell'Iliade, la prima che mi viene agli occhi della mente, è proprio un'immagine che nega il nostro concetto di immagine e di figura, l'Iliade mi parla istintualmente di una non immagine, dell'assenza della figura o meglio della immaterialità di essa, è immagine nel suo stato più puro cioè, compiendo un ribaltamento etimologico, è ancora immaginazione, possiamo dire che le immagini sono nate prima nell'immaginazione che nell'immagine? Io penso di sì, penso che lo possiamo dire, ma in questo dire non c'è una pretesa di dimostrazione, c'è piuttosto una pretesa di creatività. Quando lessi per la prima volta l'Iliade fui accompagnato dalla sensazione di essere sempre ad occhi chiusi, di leggere a palpebre abbassate e questo in un secondo tempo mi fece pensare che forse potesse esserci un legame con la pretesa "storica" della cecità di Omero, perché volerlo cieco? Forse perché anche in altri questa assenza di immagine, di figura, la sensazione di leggere ma ad occhi chiusi, si era manifestata? Può darsi, ma poco importa. così pensai di partire dall'assenza dell'immagine, dall'immaginazione ribaltata, per giungere ad un' immagine, questo, però, ho sempre ben presente che è solo un concetto e ho sempre ben presente che il teatro non è un concetto; come mettere dunque insieme le due cose? Sto chiedendo ai miei collaboratori un grande sforzo di fiducia perché mi domandano tutti i giorni "cosa dobbiamo fare?" Ma davanti a questo racconto ogni domanda, la più semplice diventa complicatissima, e questo ribadisce che l'Iliade è un oggetto veramente misterioso e metafisico. Per questo lavoro stiamo mettendo in campo tutte le nostre tattiche, le nostre tecniche, i patrimoni inventivi acquisiti, assieme a cose per noi assolutamente nuove, ma ogni cosa sta giungendo alla sua verifica finale e temo e allo stesso tempo spero, che questo lavoro, che l'Iliade, metta un punto ad una fase del nostro percorso. Oggi, sei febbraio 2002 mi è assolutamente impossibile dire cosa sarà la nostra Iliade credo solo di sapere che le parole sono ineludibili, che il racconto è ineludibile e che bisognerà assistere come se si fosse ad occhi chiusi; sto rigirando attorno al problema del fantasma? Mi sto rincontrando ancora una volta con l'ossessione di materializzare l'inesistente? Non lo so. Pietro Babina 16 novembre 21 Teatro Dadà (Castelfranco Emilia) Sarawan tamburi d'Iran - Canti del Kurdestan zarb, daff, dairé Mohsen Kasirossafar voce, tambur, setâr,târ, daff Siamak Guran zarb Lorenzo Bagnoli, Simonetta Imperiali dohol, daff, dairé, zamburak Paolo Modugno daff Sabina Trzan dopo il concerto, incontro con i musicisti Un ensemble composto da musicisti iraniani, del Kurdistan iraniano e italiani offre a Modena un saggio del repertorio sacro kalàm. Guran è il nome di una piccola provincia all'interno del Kurdistan iraniano. È anche il nome della tribù kurda che lì vive e che si riconosce nella cultura dell'ordine yarì, nutrendosi di un'antica filosofia che sincretizza i culti pre-islamici, come quello zoroastriano del sole, con le pratiche mistico-estatiche darawish, proprie di molte culture musulmane. In Iran, come del resto in molti altri posti del mondo, occidente compreso, non è uso mischiare repertori, luoghi, occasioni musicali sacre con i canti e le danze legate al repertorio profano. nella cultura yarì, colta nella sua essenza originaria e fondante, ciò sarebbe in teoria possibile grazie a un insegnamento che pressappoco dice: "se non conosci l'amore terreno potrai conoscere quello mistico" (Tha madjaz nabù haqi nemabù). Ciononostante, il repertorio kalàm viene oggi praticato nelle djamkané, le case collettive di culto, si compone di vari modi musicali che fanno parte della tradizione del maqâm, corpus di modelli ritmico-melodici su cui si fonda la tradizione orale popolare di tutta l'area d'influenza persiana(da non confondersi con le diverse teorie del maqam appartenenti alle aree culturali-musicali classiche turco-araba, azera e centroasiatica). Prosa da: Cercando i teatri - Roma, Kampnagel Amburgo, Primavera dei Teatri Castrovillari (CS), Santarcangelo dei Teatri 22, 23 novembre ore 19 e ore 21.30 24 novembre ore 16.30 e ore 21.30 Hotel Canalgrande Splendid's ideato e diretto da Daniela Nicolò e Enrico Casagrande ispirato a Splendid's di Jean Genet traduzione Franco Quadri con Dany Greggio, Enrico Casagrande, Renaud Chauré, Vladimir Aleksic, Damir Todorovic, Tommaso Maltoni, Daniele Quadrelli, Francesco Montanari voce della radio, consulenza letteraria e musicale Luca Scarlini abiti Ennio Capasa per Costume National selezione musicale a cura di Daniela Nicolò e Enrico Casagrande Motus, Kampnagel Internationale Kulturfabrik Amburgo, Santarcangelo dei Teatri, Teatro Sanzio/Comune di Urbino prenotazione obbligatoria L'Hotel Canalgrande di Modena accoglie Splendid's, la nuova produzione della compagnia riminese dei Motus. Spettacolo conclusivo del progetto Rooms, Splendid's propone per la prima volta integralmente il testo poco conosciuto di Jean Genet sull'inesorabile necessità della morte: una sorta di "grande musical a tempo di tango" che ripropone tutte le tematiche più ossessive di Genet. Abbiamo letto Splendid's durante l'allestimento di Orpheus Glance, come contributo, ulteriore suggestione... uno strano noir francese, dalla cifra filmica, un po' all'"americana", con gangstern e smoking sudati, come da copione. Cliché cinematografici che bene si innestavano nella tessitura drammaturgica dello spettacolo, che proprio sui cliché ironicamente insisteva. Ci piaceva l'accuratezza dei personaggi, il loro strano linguaggio poetico e tagliente, l'eleganza dei dialoghi, quasi musicati, che rendevano l'opera tutta assai inedita. Ci colpiva come Jean (Genet)/Johnny si era dipinto all'interno della banda, la Rafale, con leggerezza, la stessa che consigliava per la messa in scena, dove gli attori "...non lasciano i loro mitra nemmeno quando ballano e non si toccano mai...". Lasciammo poi il testo da parte, che comunque ci è sempre parso molto più vicino a una sceneggiatura cinematografica, con l'intento futuro di affrontarlo nella sua interezza e con l'immagine postuma di attori danzanti armati di mitraillette in una sorta di estenuante "Valzer dei tradimenti". In effetti il tema del tradimento, del travestitismo e dell'inesorabile necessità della morte, così ossessivi in Genet, affioravano come segni premonitori già in quest'opera del '48 (ed ebbero un forte influsso sul nostro Orpheus). Ma è quasi a due anni di distanza, durante l'ostinata ricerca per una sorta di stilizzato iperrealismo che ci ha condotto al complesso progetto "Rooms", che Splendid's è tornato, sotto una luce nuova. Volevamo un evento che controbilanciasse l'artificialità forzata di Twin Room, all'interno della quale stiamo intrecciando storie depistanti, utilizzando un po' le tecniche del noir e quelle di un certo cinema sperimentale. Di riflesso abbiamo pensato di ambientare una tappa di Rooms all'interno di un vero hotel, per 15/20 spettatori. Quando a Roma, tramite il Teatro Valle,ci è stato offerto il Grand Hotel Plaza, non potevamo immaginare nulla di più perfetto per Splendid's. Ci è sempre parso forzato dar vita a questo testo su palcoscenico, è una piéce nata per essere affogata nel lusso e nello spreco di un Grand Hotel, unico scenario possibile per le dinamiche di lotta e morte che la governano. Del resto anche "Genet non sopportava di vivere in una casa propria, in un appartamento ammobiliato, e, sino alla morte, ha preferito le camere d'albergo". L'impossibilità di trovare un approdo, un legame, una dimora fissa avrebbe reso Genet abitante ideale della nostra Room e forse il suo sguardo ironico ogni tanto si posa su di noi, così come in questa piéce, "...conforme all'anarchia su cui ruota l'impeccabile confezione di Splendid's, ...Genet ride da gran prestigiatore"". Enrico Casagrande e Daniela Nicolò (i corsivi vengono dalla prefazione di Franco Quadri a Splendid's di J. Genet, ed. Il Saggiatore) Si ringrazia l'Hotel Canalgrande per la preziosa collaborazione 24 novembre ore 18.30 Teatro delle Passioni Inferni a fior di pelle-parole e immagini di Jean Genet Conferenza - spettacolo a cura di Luca Scarlini Incontro con Daniela Nicolò e Enrico Casagrande - Motus ingresso libero Jean Genet, artista in rivolta, ha lasciato un segno indelebile nella sua opera di ribellione contro le storture e i soprusi del mondo. Dalla rappresentazione di sé come travestito impossibile in Diario del ladro in poi, la sua opera è tessuta di grida di protesta, per cui sarà sostenitore del Black Power (resta indimenticabile la sua prefazione alla raccolta dei Fratelli di Soledad) e della causa palestinese (impossibile dimenticare il suo durissimo 24 ore a Sabra e Chatila). Luca Scarlini ripercorrerà con l'ausilio di materiali video spesso molto rari lo straordinario percorso di testimonianza genettiano. Interverranno inoltre Daniela Nicolò e Enrico Casagrande dei Motus. Durante la conferenza - spettacolo saranno proiettati l'ultima intervista televisiva a Jean Genet, ripresa dlla trasmissione Arena trasmessa dalla BBC nel 1982, e l'unico suo cortometraggio; Un chant d'amour, realizzato nel 1951. Prosa da: Adelaide Festival, Fest de Théatre des Amerique, Perth Festival, Ortigia Festival 30 novembre ore21 Teatro Asioli (Correggio) The Waste Land (Terra desolata) di Thomas S. Eliot con Fiona Shaw regia Deborah Warner in lingua inglese con sottotitoli in italiano Per la prima volta a Modena una figura mitica del teatro contemporaneo, una delle attrici più apprezzate della scena internazionale, l'attrice inglese Fiona Shaw. Cinque volte premio Laurence Olivier (a cominciare dal 1990 per Elettra), il suo palmares comprende la Bancroft Gold Medal e il Tree Prize, Evening Standad Award for Best Actress e London Critic Awards. La sua carriera si è sviluppata nei più prestigiosi teatri britannici, la Royal Shakespeare Company, il Royal National Theatre, l'Abbey Theatre, l'Old Vic e il Garrick Theatre. A fianco della regista Deborah Warner ha realizzato alcuni spettacoli di grande successo come Footfalls di Beckett e Richard II di Shakespeare. Protagonista di numerosissime fiction televisive, nel cinema ha lavorato tra gli altri con Bob Rafelson (Le montagne della luna), Jim Sheridan (Il mio piede sinistro) e Franco Zeffirelli (Jane Eyre) fino ai recenti Il trionfo dell'amore e Harry Potter. Fin dal suo memorabile attacco, "Aprile è il mese più crudele", il poema di Thomas S. Eliot The Waste Land pubblicato nel 1922 e considerato, sotto molti aspetti, "il testo più famoso della poesia moderna", è tutto pervaso dal senso struggente della fine. Fine della vita, fine della morte, fine della passione, fine dell'ispirazione, fine della tradizione: grigiore, desolazione, macerie. E se tutto sta finendo o è già finito, Eliot riconosce in questo il più alto significato: un mito nascosto nel deserto biblico e nell'Inferno di Dante, nella Parigi di Boudelaire, nella Londra di Dickens e in tutte le grandi, spettrali città del mondo moderno. Riguardo al progetto di intervenire scenicamente su quest'opera esemplare, Fiona Shaw afferma che The Waste Land è un testo di grande spiritualità, ma non è certo un testo teatrale. Disponendosi all'interno di un'architettura di grande rigore, il poema di Eliot può tuttavia diventare qualcosa di "fisico", un organismo al quale accostarsi con la massima lucidità e passione. L'evocazione di una terra desolata e arida è stata spesso interpretata come una metafora della società occidentale agli inizi del XX secolo, in un epoca in cui cominciava già il crepuscolo delle ideologie e della cultura. Un'interpretazione di questo genere trascura tuttavia alcuni degli aspetti più belli dell'opera: The Waste Land è un viaggio attraverso un paesaggio simbolico, un paesaggio dominato dagli opposti, dalla vita e dalla morte, dalla sterilità e dalla fecondità, dal desiderio e dalla delusione, dall'oblio e dalla memoria, dove le più diverse suggestioni si sovrappongono costantemente le una alle altre. E la bellezza del poema potrà essere scoperta soltanto lasciandosi condurre di immagine in immagine, d'intuizione in intuizione, di parola in parola. Teatro Danza da: Reggio Parma Festival, Danzem 2002 5 - 7 dicembre ore 21 Teatro delle Passioni in collaborazione con Teatro Comunale di Modena, nell'ambito de "L'altra danza" Senza titolo un progetto di Raffaella Giordano per 8 interpreti Raffaella Giordano, Piera Principe, Doriana Crema, Clelia Moretti, Aldo Rendina, Elena De Renzio, Enrico Tedde, Giulio De Leo scrittura coreografica Raffaella Giordano ideazione luci Vincent Longuemare composizione/disegno del suono Lorenzo Brusci fondali Stefano Ricci Associazione Sosta Palmizi in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione e Fondazione Teatro Metastasio di Prato, Viartisti Teatro-Teatrimpegnocivile, R.E.D Reggio Emilia Danza- Ass. Reggio Parma Festival, Armunia-Festival della Riviera, Theatre De La Bastille-Paris, Teatro Comunale di Castiglion Fiorentino, DBM (progetto sostenuto da EU-Culture 2000) Il 5 dicembre, dopo lo spettacolo, incontro con Raffaella Giordano Il linguaggio del corpo, la danza, è il mio specifico, la realtà che vive al suo interno non è solo materia corpo, ma pensiero, cuore, intelletto, emozione... Mi è necessario non escludere ma tentare di riconoscere la inclusione, l'integrità. Così il centro dell'osservazione diventa la persona ed ogni sua forma espressiva è scrittura possibile. Ogni spettacolo è il frutto di una relazione. La messa a fuoco del pre testo avviene in gran parte durante il tempo di creazione perché deve intimamente connettersi con quel momento presente e con la necessità delle figure partecipanti. Le modalità del linguaggio e i segni utilizzati conseguono quel pre testo liberandolo in sintonia con l'origine di ognuno. Siamo immersi in un misterioso sistema di relazioni. L'assenza di una vicenda da raccontare libera lo sguardo dalla necessità di comprendere. Gli uomini in nero, uniti in un comune destino, rappresentano la condizione umana dove ognuno di volta in volta si fa portavoce di una differenza. Figure ed elementi scenici danno vita ad una geografia continuamente mossa, spostata manipolata. Si aprono porte, fessure, vuoti. L'impressione di un mistero che ci riguarda, indicibile e senza nome, attraversa lo spazio. Il paesaggio muta lasciandoci nello stupore di un luogo che si rivela essere un punto in movimento. Non affezionato ad un ruolo prestabilito, l'attore, in uno stato di accoglienza, si fa servitore di ciò che lo circonda e si espone all'ambiguità dei significati generando un senso più ampio. La frontiera è labile: gli uomini neri sono ora inquisitori/inquisiti, ora osservatori/osservati, testimoni o artefici di atti di vita, di amore, di crudeltà. Raffaella Giordano Prosa da: KunstenFESTIVALdesArts Bruxelles, Theater der Welt Colonia, Festival d'Avignon, Inteatro Polverigi 13 - 15 dicembre ore 21 Teatro delle Passioni El suicidio (Apocrifo 1) regia Ana Alvarado, Daniel Veronese, Emilio Garcia Webhi con Guillermo Arengo, Alejandra Ceriani, Laura Valencia, Julieta Vallina, Gianfranco Giangiacomi scenografia e oggetti Alejandro Bracchi, Carolina Ruy costumi e accessori Roxana Barcena luci Alejandro Le Roux selezione musicale Daniel Veronese assistenti alla regia Felicitas Luna, Adrian Canale El Periférico de Objetos in coproduzione con Theater der Welt (Germania), Hebbel Theater (Berlino), Festival d'Avignon, Holland Festival (Amsterdam), Proteatro (Argentina) in lingua spagnola con sottotitoli in italiano il 13 dicembre, dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia Con El suicidio (Apocrifo 1), El Periférico de Objetos mostra la vocazione politica del proprio teatro e si confronta con le drammatiche tensioni della società argentina. Tema dello spettacolo è il suicidio, una materia in sé sconvolgente e insieme di drammatica attualità essendo l'Argentina uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi. Con un linguaggio poetico, surreale e realistico insieme, lo spettacolo rimanda a un tema costante nella cultura argentina, quello del "macabro", dell'ambiguità tra la vita e la morte all'interno del quale si interseca il tema "sociale" della crisi del Paese sudamericano. Come in altri lavori del gruppo, oggetti e manichini - rappresentazione dei sentimenti più profondi e perversi dell'uomo - giocano un ruolo dominante nell'azione scenica, con l'effetto di stabilire la distanza sufficiente per confrontarsi con l'argomento e per esprimere significati spesso difficili. Sono istallazioni poetiche che rimandano a un distaccamento dal corpo dell'attore, in un "Teatro della Manipolazione" che può essere visto nella sua espressione più intensa, ricco di riferimenti politici, filosofici ed esistenziali. Oscuri furono gli anni del nostro recente passato, ma adesso la realtà è ancora più scandalosamente mostruosa. In ogni caso i temi forti che abbiamo trattato con il nostro teatro sono stati superati dalla realtà. La cosa più terribile sono 15 milioni di poveri, qui sta il grande problema senza soluzione. L'Argentina si è mostrata al mondo in un modo del tutto diverso rispetto al passato: prima le scene di disordini sociali non erano state associate alla nostra realtà, e poi, improvvisamente, siamo apparsi come molti altri Paesi in crisi terminale. Il nostro teatro è un teatro politico; la nostra necessità di esplorare ciò che non viene detto è marcatamente politica. Ciò che sentiamo come artisti riflette la realtà argentina, ed immagino che il pubblico interpreterà lo spettacolo in questo senso. Daniel Veronese Circo-cabaret-teatro da: Festival les Draguifolies Draguignan, Festival de la Vallée de l'Orb, Festival Musicalarue Luxey 28, 30 dicembre, 2, 3, 4 gennaio ore 21 29 dicembre, 5, 6 gennaio ore 17 31 dicembre serata speciale orario da definire Parcheggio Centro Commerciale "La Rotonda" Pelahueso Circo-cabaret-teatro uno spettacolo di Michel Herrman, Pierre Pilatte, Dominique Bourouin, Michel Dallare artisti/tecnici Lordy Allal, Gregoire Barbedor, Denis Bore, Sophie Borthwick, Nicolas Burnier, Philippe Derenne, Facundo Diab, Yves Loricourt, Patricia Marinier, Eric Muller, Cécile Maillard, Helmut Nunning, Jean Philippe Pernin, Léon Touret, Odile Vitalis scene Stéphane Laisne luci Wilfried Schick costumi Kate Borthwick Gosh Il 28 dicembre, dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia Cabaret circense e musicale, spettacolo energico e originalissimo, Pelahueso mescola i linguaggi del circo, della musica e del teatro in un'atmosfera conviviale e festosa. All'interno del tendone, allestito nel parcheggio del Centro commerciale "La Rotonda", gli spettatori siedono ai tavolini al centro dello spazio scenico. Attorno e sopra di loro si moltiplicano le performance e le gag, mentre l'orchestra suona senza mai fermarsi. Nella duplice veste di strampalati camerieri e performer, gli artisti di Gosh - un collettivo franco-tedesco al quale aderiscono circensi, attori e musicisti - animano il tendone con la loro follia, parlano con gli spettatori, giocano e ridono tra loro ed eseguono alla perfezione numeri tecnicamente complessi. Alla base di tutto c'è un linguaggio composito che caratterizza il lavoro artistico del gruppo, basato sull'accumulazione e la fusione di diverse discipline e stili. Altrettanto fondamentale è l'esigenza di porre il pubblico al centro del meccanismo spettacolare: lo spettatore influenza e orienta i comportamenti degli artisti. Pelahueso dunque dopo Artistic in concert, Shak edi bobo, Made in paradise, dopo 600 rappresentazioni in Europa, Pelahueso è la quarta creazione di Gosh. Sotto un tendone, seduti su gradini, grandi e piccoli hanno preso posto ai tavoli. Un bar, una sala, dei camerieri scappati da una pellicola anni 30 che si attivano per servire delle bevande: questa la scenografia. Ad un tratto: "Atmosfera", e la tranquillità si trasforma in un dolce, eccentrico scompiglio. Tra non sense e stramberie, tutto diventa contraddittorio e i saltinbanco irrompono dappertutto, davanti, dietro, sotto. Scene di vita nascono e muoiono come bolle di sapone, drammi e amori immaginari compongono i fili di una strana drammaturgia al ritmo di una piccola orchestra: chitarra, violino, contrabbasso, batteria. Le tecniche circensi, l'illuminazione e il suono diventano procedimenti narrativi, macchine che attingono al meraviglioso, alla fantasia, al tenero, alla stramberia: le acrobazie del clown trapezista che finge di non saper camminare sul filo stuzzicano la rappresentazione apparendo come un gioco, un numero inedito. LE VIE DEI FESTIVAL ABBONAMENTO: valido per i 10 spettacoli della Rassegna Vie dei Festival Prezzi: Posto unico intero € 80.00 ridotto € 65.00 BIGLIETTO PER I SINGOLI SPETTACOLI: Gente di Plastica, Iliade, Sarawan, Splendid's, The waste land, Senza titolo, El suicidio Posto unico intero € 10.00 ridotto € 8.00 Pentesilea e Alibi Posto unico intero € 15.00 ridotto € 13.00 Pelahueso Posto unico intero € 13.00 ridotto € 10.00