MAURIZIO COSTANZO HA LASCIATO LA DIREZIONE DI CANALE 5 per assumere la presidenza della mega struttura della fiction Mediatrade. D'ora in poi sarà lui a decidere quali storie ci faranno piangere o ridere. E pur continuando a condurre il "Maurizio Costanzo show" e "Buona domenica", a scrivere sui giornali e ad insegnare all'università, l'anchorman ha trovato il tempo di scrivere un nuovo libro, "Un paese anormale" (Mondadori), in cui racconta storie esemplari di quasi tutte le spiacevolezze italiane: raccomandazioni, usura, racket, malasanità, mafia, maghi... Il titolo è una citazione a D'Alema: "Lui aveva scritto Un paese normale che conteneva una sua speranza, la mia invece è una fotografia del reale. Perché questo Paese proprio così normale non riesce a essere.
Perché ha parlato poco di politica?
Ho parlato solo della cosiddetta transumanza. Nessuna nazione al mondo ha un gruppo misto numeroso come il nostro. Noi abbiamo questo tipo di forsennatezze.
La responsabilità se le cose vanno male non è anche di noi giornalisti?
Di tutti, della società. Lo Stato siamo noi, e anche noi spesso non ci comportiamo bene. Poi ci sono colpe lontanissime, che si perdono nella notte dei tempi. La burocrazia, ad esempio, non l'ha inventata chi governa oggi, né ieri, né l'altro ieri.
Ma lei dice di amare comunque l'Italia...
Sì, perché alla fine ce la facciamo. Questo è pur sempre il Paese di Fellini, Benigni, Rita Levi Montalcini. I problemi non ci bloccano e il singolo riesce a emergere clamorosamente. C'è da dire che abbiamo sconfitto le Br, siamo entrati in Europa quando nessuno ci scommetteva...
Qual è il ruolo dei giornalisti: fare domande o dare risposte?
Io amo il giornalismo che racconta i fatti, e questo libro contiene per l'ottanta per cento storie di vita vera e pochissimi commenti. Ho voluto tornare al vecchio mestiere di cronista, raccontando le cose senza manipolazioni o ironie.
Non crede che gli aspetti ridicoli della politica spettacolo si debbano al cattivo uso che voi conduttori Tv fate dei politici?
Sicuramente. Io però quest'anno al "Costanzo Show" ho fatto pochissime puntate politiche. Certo Vespa ha fatto vedere Berlusconi che coltiva i fiori e prima ancora D'Alema che cucinava il risotto, io quelle cose non le faccio perché amo il talk show puro, di sole parole.
"Porta a porta" è il suo incubo?
Le stagioni dei talk show sono come i campionati di calcio. Noi siamo partiti bene, ma i conti si faranno a maggio, può essere che fino ad allora Vespa ci picchierà. Non c'è dubbio che lui, quando si occupa di attualità stretta, ha mezzi superiori ai miei. Forse però io sono meglio attrezzato a raccontare il costume di questo Paese.
Cosa vuole oggi la gente da un programma come il suo?
Un intrattenimento alle undici di sera deve dire molto senza suscitare ansia. Ma non sempre è possibile. Per fortuna il "Costanzo show", dopo diciotto anni, è diventato un'abitudine.
Dopo oltre trent'anni spesi tra Tv e giornali, non ha voglia di tirarsi fuori dalla mischia?
Il problema è che ancora mi diverto. Quando non accadrà più, quando il mestiere diventerà routine, smetterò subito. E' una promessa.
La sua ansia si è placata?
Da molti anni. Sono stato molto ansioso fino a quarant'anni, ormai non lo sono più.
Nel libro parla delle raccomandazioni. Le capita di riceverne e di farne?
Raccomandazioni da parte dei politici non ne ricevo da anni. Io più che altro segnalo chi mi colpisce positivamente, e di solito aiuto i ragazzi, anche se non sempre mi riesce: nello spettacolo, dando loro l'opportunità di farsi vedere, all'università, dove insegno a Scienze della Comunicazione, talvolta propongo gli studenti per degli stages.
Lei è un uomo potente?
Uno che fa un programma televisivo tutti i giorni da diciotto anni si pensa sia una potenza assoluta. Ripeto sempre che il vero potere ce l'ha chi ti manda in onda, l'editore. Questo vale anche per i giornalisti della carta stampata, soffrono a sentirselo dire ma è così.
Facendo il direttore ci si fanno più nemici o più amici?
Pari e patta. Biagi dice che bisogna conservare dei nemici per la vecchiaia perché tengono desta la nostra attenzione, anch'io seguo quest'avvertimento.
Ha più ricevuto segnali inquietanti dalla mafia?
No, vivo blindato da sei anni, esattamente come il giorno dopo l'attentato. Oltretutto ora mi accorgo che i programmi sulla mafia interessano poco il pubblico. Molto furbescamente, la mafia ha spostato il tiro della sua attenzione: non fa più attentati ma affari. E' più defilata ma assolutamente non meno pericolosa.
Mariano Sabatini 17 febbraio 2000