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INTERVISTA A GIANLUCA MERCADANTE
Un giovane autore con tante cose da raccontare
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Gianluca Mercadante trucco! GIANLUCA MERCADANTE È NATO NEL 1976 A VERCELLI, CITTÀ DOVE VIVE E LAVORA. Si occupa di recensioni e servizi per Testate letterarie nazionali (Inchiostro, M - Rivista del Mistero, Pulp).
   Ha esordito in narrativa nelle antologie noir "Città violenta" e "Passi nel delirio" (Addictions, 2000). Un suo racconto ("Film") è stato pubblicato nel sito de "Il Corriere della sera". Per "Stampa Alternativa" ha pubblicato il libro "Mclovemenù", 2002, recensito nell'archivio di Stradanove.

Ci parli un po' di te e delle cose che hai fatto?
"Non c'è mai stato un momento in cui non mi sentissi vicino allo scrivere, se per scrivere intendi qualcosa che possa aiutarti a uscire da te stesso, a buttarti fuori dalla gabbia in cui a un certo punto ti accorgi di stare.
   Per me è stato così. Avrò avuto tre o quattro anni e i miei non mi facevano frequentare l'asilo, sicché non sapevo né leggere, né scrivere. Ricordo un giorno che mamma mi comprò un numero di Braccio di Ferro e me lo lesse e rilesse, finché io non lo imparai a memoria. Sapevo perfettamente chi parlava, dove, quando e in quale vignetta. Il che voleva anche dire che mi ero un po' rotto le palle.
   Così ho chiesto a mio padre se potevo averne un altro (era lui quello che portava lo stipendio a casa) e mi sono sentito rispondere 'no, è solo carta, non spendiamo soldi per la carta'. Così ho preso una matita e mi sono messo a disegnare fumetti per conto mio. Credo che sia cominciata da lì, la mia pulsione per la scrittura. Si è sempre trattato di un bisogno, di un nutrimento necessario almeno quanto leggere."

Vuoi raccontare ai lettori di Stradanove quali sono stati i tuoi modelli letterari?
   "Sono un onnivoro per condanna capitale! Divoravo qualsiasi cosa fosse anche
lontanamente narrativa. Da bambino amavo soprattutto Verne; Salgari l'ho scoperto più tardi.
   Mi affascinavano le grandi avventure, mi permettevano una possibilità: quella di farmi dei sogni miei. Chiudi gli occhi e sei sul Nautilus. Chiudi gli occhi e sei via da qui, da questa maledetta provincia piena di solitudini incapaci d'incontrarsi e diventare un po' meno sole. Poi, negli anni, ho scoperto scrittori che sapevano sussurrarmi all'orecchio tentazioni più audaci che immersioni a ventimila leghe: Bukowski, Miller, Kerouac, Céline... certa letteratura inglese d'avanguardia, Welsh (soprattutto le sue primissime cose, non tutte tradotte ancora qui da noi).
   Mentre, come scrittori italiani, nessuno ha saputo sedurmi di più di Pier Paolo Pasolini e Pier Vittorio Tondelli. L'ultimo, in particolare, l'ho assaggiato solo da poco e quando lo incontri senza per questo farti troppo avvincere dalla sua voce, quando qualcuno (Andrea Demarchi e Mirko Romano, nel mio caso) ti accompagna in Tondelli come se fosse una stanza, dove resti per un po' e dopo te ne vai, allora capisci CHE puoi fare di più e SE puoi fare di più.
   Pensa: prima non volevo leggerlo perché tutti gli scrittori di nuova generazione lo avevano eletto a mentore... così, pensavo, non mi va, voglio andare altrove, dove gli altri non vanno. Be', è stata una grossa stronzata pensare questo.
   Non è detto che dove vadano gli altri sia sbagliato a priori andarci a tua volta, solo per fare qualcosa di diverso. Nella vita, vai dove vuoi comunque. Tondelli, come tutti gli altri autori, è a sua volta un luogo. E, come tale, può lasciarti dentro delle cose oppure no."

Quando e perché hai deciso di dedicarti seriamente alla Letteratura?
   "E' arrivato per primo l'impegno giornalistico. Con un mio amico esperto di Cultura Celtica, Davide Provera, abbiamo dato vita a una rubrica sull'argomento scritta a quattro mani e proposta all'allora neonata rivista letteraria 'Orizzonti', dove, poco tempo dopo, ho iniziato a pubblicare una serie di articoli in cui incontravo i giovani autori 'cannibali' e li intervistavo, cercando di costruire un percorso del panorama letterario italiano che si andava delineando in quegli anni.
   Ero coadiuvato da Sabina Ressia, che si occupava di fotografare gli incontri. Continuo a leggere 'Orizzonti' e mi sono accorto con piacere che io e la Ressia abbiamo, senza volerlo, costruito un cliché: ora, quasi tutte le interviste vengono svolte così! E' molto bello. Dà senso a quello che è stata l'esperienza di 'Orizzonti': crescere, insieme, lasciando qualcosa di utile per il futuro. Da lì, sono passato a 'Pulp', dove scrivo tuttora, e su altre riviste, sempre di settore.
   Mentre tutto questo accadeva, affinavo la mia scrittura. Cosa per la quale l'intervista mi è stata utilissima. Niente come ricostruire il parlato di un altro sulla carta ti obbliga all'utilizzo di vocaboli, giri di frase e altri espedienti tecnici che forse mai useresti per una cosa tua. Lo consiglio a tutti. Soprattutto consiglio di fare interviste a gente comune, gente qualsiasi, e poi provare a metterle su carta. Io l'ho fatto per un racconto (STORYBOARD, edito da Gribaudo nell'antologia 'Alti Fermenti Letterari') e posso assicurarvi che è un esercizio di stile inimmaginabile!"

Come sei giunto all'agognata pubblicazione?
   "A forza di fare la stessa domanda agli scrittori che intervistavo, avevo maturato la convinzione di non spedire mai niente in giro... La via più sicura per i dattiloscritti, infatti, sembrava essere il cestino, nella maggioranza dei casi. Soprattutto se ci si rivolgeva alla grande editoria.
   Insomma, mi sembrava impossibile pubblicare. Ma, tutto sommato, non me ne facevo un problema. Poi, una sera, mi trovavo a Milano con Andrea G. Pinketts, di cui ero diventato amico a seguito dell'intervista fatta per 'Orizzonti', e ho incontrato Andrea Carlo Cappi, che stava curando per 'Addictions' una raccolta di racconti noir. Io avevo un testo e gli ho chiesto di leggerlo. Lui, senza mezzi termini, mi ha detto che il numero delle presenze era stato raggiunto. Qualche giorno dopo, però, mi ha richiamato per dirmi che aveva bloccato la stampa dell'antologia per inserirvi un acquisto dell'ultim'ora. L'acquisto ero io.
   L'antologia di cui parlo è 'Città violenta', edita da 'Addictions' nel 2000. Dopo ci sono state altre occasioni, un po' meno casuali, un po' meno sofferte e forse anche un po' meno cercate. Nel senso che, qualche volta, il telefono squillava. Ma bisogna dire che capitano di rado periodi intensi come quello da tre anni a questa parte, per le antologie. Sono vetrine importantissime. Per chi si lancia, per chi si riconferma e per chi vuole farsi ricordare."

Che consigli daresti ad un giovane che desidera fare lo scrittore?
   "Credo d'essere la persona meno adatta a dispensare consigli. Mi sarebbe piaciuto concludere la rubrica che tenevo su 'Orizzonti' con una puntata speciale, in cui avrei raccolto tutte le risposte a questa domanda che mi davano gli ospiti!
   Sarebbe venuto fuori un bel manualetto pratico! L'unico consiglio che mi sento di offrire è questo: non scherzate con la scrittura. Scrivere è una scelta molto responsabile. Significa mettersi in gioco, significa disciplina ed onestà intellettuale. Non significa sentirsi speciali o diversi, non significa dimostrare niente a nessuno, ma soprattutto non significa prendersi gioco della cultura.
   E comunque LEGGETE! Fatelo dovunque, ma fate sempre in modo che sia un nutrimento, per voi. Lasciatevi andare, non siate paranoici con la pagina, non pretendete che debba sempre e in ogni caso insegnarvi qualcosa. Leggete. E se non vi piace, lasciate lì. Ci sarà un libro migliore."

Secondo te come mai gli italiani leggono così poco?
   "E' un problema di preparazione individuale, che parte dalla scuola per arrivare alla quotidianità. E di prigrizia mentale. La mente va tenuta allenata. E' questo che manca, agli italiani - ma non solo a noi, purtroppo -. Allenarsi a leggere.
   Ecco tutto. Possibilmente evitando sensi di colpa se una lettura non coinvolge o delude il gusto personale: ma chi ha detto che bisogna leggere tutto fino in fondo?"

Cosa pensi delle Riviste letterarie?
   "Sono un punto di riferimento fondamentale per chi ama leggere e scrivere. Ti ricordi certi scrittori americani quando leggi le loro biografie? Scoperto dall'agente Tal dei Tali dopo la pubblicazione del racconto sulla rivista X...
   Qui in Italia credo non si arriverà mai a tanto, ma la possibilità di esporsi attraverso una rivista è notevolmente aumentata, negli ultimi anni. Anche su web la situazione è altrettanto significativa. Se hai delle idee, esiste una verosimile probabilità che tu possa metterle a frutto. Mi sento di consigliare particolarmente l'avventura, in questo senso. E' bello tuffarsi in libreria e scegliere qualche testata da portare a casa e sfogliare.
   Non solo per esperire il più possibile la lettura di molte cose, ma soprattutto perché diventa poi più facile orientarsi se prima si legge e poi si decide cosa proporre. Anche qui, vale la regola di ferro: è più importante leggere che scrivere!"

Quali ti sembrano i migliori scrittori italiani contemporanei?
   "Aldo Busi su tutti. Nessuno sa usare l'italiano meglio di lui. A seguire, il lavoro di Giulio Mozzi è altrettanto importante. E poi mi sentirei di consigliare gli scritti di Dario Voltolini.
   Sono stato combattuto tra lo scegliere lui o Antonio Moresco, ma quest'ultimo, per quanto indiscutibilmente straordinario, è un autore dalla prosa difficile da compenetrare su un piano di discussione che non sia estremamente aulico. E dico questo nonostante lo adori. Però Voltolini scrive da quel punto di vista leggermente sfalsato, come se si trovasse costantemente in bilico tra la distanza che usa per raccontare e quello che racconta, quindi il suo è un equilibrio dinamico, diseguale a seconda delle situazioni. E' questo aspetto a rendere la sua scrittura degna di nota. Baricco una volta ha estratto un'immagine da un romanzo di Voltolini, per sintetizzarne il lavoro. E' stato molto efficace. C'era un tizio col braccio ingessato disteso verso l'esterno, come se volesse allungarlo così per abbracciare qualcuno. Ecco. Quella persona che non c'è è lo sguardo di Dario Voltolini. E io a volte provo a nutrirmi dell'illusione che gli scrittori debbano essere quella persona lì."

Fernando Bassoli  01-06-2002

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